RacCorto n. 3 – Quarantine Mood pt. 2

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«Be’? Come procedono le tue giornate di quarantena?».

Questa volta mi sento di essere un po’ meno… positivo della volta scorsa. Ma personalmente, dentro di me, lo sono molto più di quanto crediate. La carta parla chiaro!
Comunque una volta qualcuno, non ricordo chi, mi disse che il corpo umano non è fatto per stare fermo a poltrire sul divano, e questo ha senso. I nostri antenati combattevano quotidianamente per sopravvivere al freddo, ai predatori e alla fame ed io, sinceramente, rispetto pienamente le mie origini. Per uno abituato ad alzarsi alle due di notte e dormire cinque ore totali al giorno (tre ore il pomeriggio e tre ore la sera) avere improvvisamente intere giornate libere è un martirio. Non scherzo. I primi giorni li ho spesi volentieri per recuperare tutto il sonno perso ma ora non so più a chi dare il resto.
Le prime serate le passavo tra messaggi sui social, fumetti e serie tv… ho appena concluso un progetto importante su cui stavo lavorando da tre anni e ho altri lavori da ultimare, ma ora c’ho la nausea appena mi arriva un messaggio e mi girano i coglioni perché mi rendo conto che più vai avanti a leggere o guardare puntate delle saghe che ti piacciono, più rimani deluso. Lost insegna.
Premetto, anche se dovevo farlo ad inizio del RacCorto, che questo è un semplice sfogo, non una storia dal lieto fine con la frase ad effetto. Uno sfogo di uno che ora ha tanto tempo da perdere per capire che, sinceramente, tutta questa evoluzione della comunicazione, sinceramente, non è che si veda granché. Sembra tutto finto. Le piattaforme social cambiano spesso ma il contenuto è sempre lo stesso: qualcosa di carino, ma nient’altro. Le solite cose spalmate e tritate per mandare avanti la macchina. Tanta gente che cerca di far ridere a forza.

“Non lo so Rick, mi sembra falso”.

Perdonate il pessimismo cronico ed il cinismo ma vi assicuro che la situazione non è così disastrosa come la dipingo.
Ah, comunque poi ci sono i sogni. Stanotte ho sognato che ero in un teatro e che con la mia gente stavamo preparando un nuovo spettacolo che avrebbe debuttato questa sera. C’era un bel clima positivo ma io avevo qualcosa che non andava: ero reale. Cioè, avevo dentro di me le mie vere paure, le mie vere ossessioni. Tutti i tic che ho nella realtà e che solitamente nei sogni spariscono quasi sempre. Sì, lo so, è una merda quando la vita vera si intromette pure quando dormi. Un vero schifo. Ancor di più quando ti svegli e scopri che stasera non hai nulla da fare, oltre probabilmente a passarla tutta giocando ad un giochetto che stai installando ora se solo il computer, abituato solo ad aprire file di scrittura, si decidesse a farlo partire.
E quindi niente, proseguo le mie giornate a scrivere tanto, mangiare e annusare sciapo condendo con quel senso di inutilità che non guasta mai e a guardarmi intorno, osservando il mondo dall’oblò di camera mia. Ed avere paura. Perché i sogni spesso ci azzeccano e, aiutati dal cervello corrotto dalla realtà, riportano la verità. Io tra poco faccio trent’anni, cazzo. Ne ho ancora ventinove, ma tra poco ne faccio trenta. E che ho fatto? Oltre a farmi un culo così tutti i giorni inseguendo ciò che mi piace portando il mio corpo al limite e collaborando con l’aridità della realtà che mi circonda… che altro ho fatto? Spero bene. Spero sempre che quel poco che ho portato in banca sia bene, perché non credo potrò avere una seconda possibilità. Non c’ho mai creduto al Karma, né tantomeno alla reincarnazione. O almeno, oggi va così. Vorrei solo avere la certezza di star proseguendo come dovrei. Mi basterebbe, giuro.
Comunque, ora devo lasciarvi. Il giochetto è partito e pare che funzioni.

Andrea Pepi Abbafati

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