A lavoro tutto bene

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«Sai cosa mi manca veramente tanto?»
«Mh»
«Guardare il cielo di notte in mezzo alla campagna, prendere una birra in qualche pub squallido e puzzolente, mangiare dal cinese, poi fare lo spuntino di mezzanotte con la pizza appena sfornata e tornare a casa ubriaca senza avere l’ansia di pesarmi sulla bilancia la mattina dopo»
«Mh… forte»
«Già… a te invece cosa manca?».
Silenzio.
«Oi… ci sei ancora?»
«Eh? Ah sì, certo. Eccomi»
«Pensavo fosse caduta la linea»
«No, no… ci sono»
«Ci sei, ma non ci sei»
«Eh?»
«Se vuoi attacco e ci sentiamo dopo, non è un problema ciccio»
«Ma falla finita… ti pare? Ti ascolto»
«Eh, ma io ho finito di parlare da qualche secondo ormai, ciccio»
«Ah… scusa, ero soprappensiero»
«Me ne sono accorta, ciccio»
«Stai in fissa oggi con “ciccio”, eh?»
«Sì, ciccio. Scusa, C – I – C – C – I – O»
«Cretina».
Ride.
«Beh, insomma?» Leggi tutto “A lavoro tutto bene”

Virale

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Tic. Tic tic. Tac. Tic. Tac. Tic Tac.
«Ecco fatto. Lo sapevo io»
Tic tac. Tic-
«Cosa?»
«Vedi come finisce, eh…»
«Come finisce cosa? Non capisco».
Mi guarda, è mortificata: «scusa, ti ho interrotto».
La guardo.
«Non mi hai interrotto. Vai, di’!»
«No. Stavi scrivendo. Odio interromperti mentre scrivi».
Abbasso lo schermo del pc portatile e continuo a guardarla.
«Ecco fatto. Ora non sto più scrivendo. Niente più “tic tic tac”. Parla».
Eccolo qua: il sorriso più bello del giorno. Mi guarda. E sorride. Mi guarda e sorride. È seduta sul mio letto a gambe incrociate, indossa un maglione largo e dei pantaloncini da pigiama del tipo che adoro: cortissimi. Stava leggendo un Dylan Dog che le ho prestato ma ha smesso all’improvviso, lasciandoselo cadere tra le gambe. Beato Dylan Dog.
«Beato Dylan Dog»
«Eh?»
«Eh? Ah, no… mh… niente, pensavo ad alta voce». Mi guarda curiosa. «Dicevi?», butto lì.
«Niente… stavo leggendo il Dylan Dog che mi hai prestato…»
«Sì, ho visto»
«Cosa?»
«No, niente… dai, di’, non bloccarti sempre!»
«E niente, pensavo a questa storia del virus che gira…»
«Beh?»
«In questo fumetto Dylan affronta la fine del mondo… che finisce per un raffreddore».
Silenzio.
Idea. La guardo, mi avvicino sensibilmente e…
«Salute».
Fine. Cala il sipario. Il pubblico esce dalla sala deluso.
«Sei un coglione», dice lei, e non posso certo darle torto.
«Dai, giocavo», mi giustifico. «Comunque, dicevi?»
«Dicevo che vedi che risate ci facciamo se finisce tutto come hai sempre sostenuto tu»
«Io? Aspetta… che ho sostenuto io?»
«Apocalissi varie, zombie, “mirare alla testa”… tu guarda se non devo ritrovarmi in giro per la città alla ricerca di viveri con te che mi fai vedere come si fa per sopravvivere fracassando crani o robe così».
Pausa. Silenzio. Il pubblico torna in sala, la trama ha preso una piega insolita ed interessante.
«Ferma», la blocco io: «stai veramente dicendo che secondo te siamo nel bel mezzo di un’apocalisse zombie?»
«Ma ti pare? No! Sto solo dicendo che ho paura, tutto qui. La gente la sta prendendo davvero male… ogni giorno spuntano notizie nuove, per la maggior parte false… vengono assaliti i supermercati, viene continuamente puntato il dito verso chi potrebbe essere ‘infetto’… robe da film. Assurdo».
Sorrido.
Lei lo nota.
«Che sorridi?»
«Lo sai che sono preparato al peggio, vero?»
«Dai, imbecille! Sono seria!»
«Lo so, scusa… scusa!».
Lei si sdraia, il fumetto cade sul letto. Lo prendo.
«C’è psicosi nell’aria, si respira», dico. Lei mi guarda dal basso.
«Psicosi? La gente è impazzita»
«Sì, la gente è impazzita e infatti dimentica le cose importanti proprio come succede sempre nei film, tanto per cambiare»
«Cioè?»
«Cioè, non rispetta le norme di sicurezza, diventa egoista, mette a rischio la propria salute e quella degli altri senza pensare alle conseguenze, ed ecco qua che anche una cosa gestibile diventa complicata, pericolosa. Nei film di zombie funziona sempre così… tu ridi, ma è vero. Si crea il panico, il caos totale, quando basterebbe stare fermi un attimo, riflettere, aiutare il prossimo in difficoltà»
«Fammi capire», interrompe lei: «quindi tu non hai paura?»
«Non si tratta di avere paura, ma di avere cervello».
Il pubblico impazzisce. Scrosci di applausi. Anche gli spettatori meno convinti tornano al proprio posto.
«C’è solo un problema», continuo.
«Cioè?»
«Il cervello non è virale quanto un virus o la paura. Non si attacca facilmente, spesso viene evitato come la peste. Ecco perché ci si ritrova in situazioni come queste»
«Mh».
La vedo pensierosa, non ancora convinta al cento per cento.
«Non ti ho convinta, eh?»
«Quasi»
«Mh. Meglio di niente»
«Appartengo alla stirpe dei San Tommaso, lo sai… prima di credere in qualcosa devo toccare con mano!»
«Figurati».
Mi alzo, apro l’armadio, lei mi fissa e si solleva restando seduta sul letto a fissarmi.
«Che fai?»
«Niente, prendo la mazza da baseball»
«Perché?»
«Restando in tema cervelli, metti caso scoppiasse seriamente un’apocalisse zombie…».
Silenzio. Il pubblico trattiene il fiato. Lei pure.
«Sto scherzando, cretina, prendo i preservativi».
«Sei un maiale! E comunque non si può fare niente, va mantenuta la distanza di sicurezza di un metro! E ti prego, non fare le tue solite battute sulla lunghezza del tuo coso…»
Risate, il pubblico adulto si rilassa. I bambini non capiscono la battuta.
«E va bene, allora non si fa niente. Quarantena pura. Perfetto».
Sorride, si alza e si toglie il maglione, io resto a fissarla mentre si abbassa anche i pantaloncini super cortissimi.
«Beh? E la quarantena?»
«E che devo dirti? Sei tu l’esperto di film apocalittici, no?»
«E che c’entrano adesso i film apocalittici con te che ti spogli?»
«Le migliori storie che vengono raccontate dai tuoi film preferiti avvengono sempre perché qualcuno ha agito di testa propria per far fronte all’apocalisse, a volte addirittura mettendo a rischio la propria persona per amore».
Silenzio. Il pubblico capisce, o forse no. Trattiene il fiato.
«E… quindi?»
«Quindi, ognuno affronta la quarantena a proprio modo. Facciamo l’amore?»
Si avvicina. Mi bacia.
Sorrisetti tra il pubblico maschile e femminile. I bambini assistono schifati alla scena.
«Senti, io comunque scherzavo… non li ho i preservativi, li abbiamo finiti l’ultima volta…»
«Tranquillo… li ho io. Sicurezza e cervello prima di tutto».
Fine.
Applausi.
Il pubblico abbandona la sala soddisfatto. I bambini un po’ meno.
Miglior colpo di scena.
Migliore sceneggiatura.
Oscar.

Andrea Abbafati

Quando sarò stramazzato

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Prometto a me stesso che fallirò.
Non importa quando, non importa dove, non importa come. Fallirò. Cadrò a terra e urlerò di rabbia.
Prometto a me stesso che perderò gente e che spesso sarà solo colpa mia. Perderò fratelli e sorelle, come è già successo, per delusioni o per scelta. Come è già successo.
Prometto a me stesso che quando sarò a terra mi mancherò di rispetto. Mancherò di rispetto al mio corpo, alla mia mente e al mio orgoglio. Non per cattiveria ma per necessità.
Prometto a me stesso che porterò rancore, agirò in preda alla rabbia, starò a fissarmi allo specchio provando disgusto per ciò che sarò diventato.
Prometto a me stesso che porterò le mie ferite esposte come tatuaggi. Mi prometto che desidererò essere altro, altri. Prometto a me medesimo che disprezzerò quanto ho ottenuto perché lo vedrò vuoto, privo di vita, debole, barcollante. Come me.
Prometto a me stesso che nel periodo più difficile della mia vita rimpiangerò il passato, chi ho deciso di allontanare, chi si è allontanato. I bei tempi. Proverò rabbia per i bei tempi. Andati. Proverò rabbia per i bei tempi andati. Dirò che “era meglio prima”, vedrò nero il futuro che si appresterà ad arrivare.
Prometto a me stesso che quando sarò stramazzato vorrò mollare tutto, cambiare rotta, cambiare posto, cambiare gente, cambiare idea. Prometto anzi giuro solennemente che desidererò lasciarmi andare, perdere tutto ciò per cui ho sempre combattuto e buttarlo al vento in preda al panico. Prometto che non avranno più senso i sorrisi. Prometto che non avranno più senso gli abbracci.
Prometto che perderò.
Prometto che cadrò a terra in mezzo alla polvere.
Prometto che mi farò schifo.
Prometto che inveirò contro chi c’è sempre stato.
Quando sarò stramazzato.
Prometto che vorrò cambiare tutto.
Prometto che mancherò di rispetto a me stesso.
Prometto che smetterò di sperare.
Prometto che resterò spesso fermo e in silenzio, senza aver voglia di far nulla.
Quando sarò stramazzato.
Prometto che proverò a rialzarmi.
Prometto che farò respiri profondi.
Prometto che prenderò ispirazione da ciò che più mi piace.
Prometto che premierò il mio coraggio, sforzandomi di riconoscerlo.
Quando sarò stramazzato.
Prometto che non avrò paura.
Prometto che non avrò paura.
Prometto che non avrò paura.
E ancora.
Giuro che non avrò paura.
Quando sarò stramazzato.

Andrea Abbafati

Sport drink

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«Oi?»
«Oi»
«Finalmente. Ti ho fatto tre chiamate, pensavo fosse successo qualcosa. Sei sparito. Tutto ok?»
«Sì… sto un attimo incasinato in realtà… prima non potevo rispondere, scusa»
«Ti richiamo dopo? Tutto bene? Che è successo?»
«No, no tranquilla, ne sono uscito. Nulla di grave, dovrei aver risolto»
«Ne sei uscito da cosa? Mi stai facendo preoccupare»
«Senti, io te lo dico ma tu non ridere, ok?»
«Ma certo… spara…»
«BANG!»
«Oh, hai rotto i coglioni con ‘sta battuta tutte le volte! Io sono preoccupata e tu giochi?»
«Dai, scusa! Ok, vado… allora vado»
«Eh, vai…»
«Mi sono perso».
Silenzio.
Tanto silenzio. Sento solo il rumore del furgone sul quale sto posando le chiappe ma dal vivavoce del cellulare niente.
«Oh? Sei caduta?»
«Che significa che ti sei perso?»
«Cioè, non mi sono perso… nel senso… mi sono distratto, ecco»
«Ti sei distratto»
«Sì, mi sono distratto»
«Stai facendo il giro di consegna di Roma, giusto?»
«Sì, perché?»
«Lo fai da quattro anni ormai, no?»
«Quasi cinque in realtà, ma perché?»
«E ti sei perso?»
«No, ferma… cioè… non mi sono perso, mi sono distratto»
«Ti sei distratto»
«Oh Gesù… ho sbagliato strada, ok?»
«Hai sbagliato strada»
«Mi stai sul cazzo quando fai il pappagallo»
«Ma brutto fesso che non sei altro, mi ci fai capire qualcosa? Che significa che hai sbagliato strada?»
«Oh senti, non se ne può più… ti dico tutto e via»
«Hallelujah»
«Ho preso il Raccordo al contrario».
Silenzio lunghissimo.

 

Lunghissimo.

 

Lunghissimissimo.

 

«Sei caduta di nuovo?»
«Cioè fammi capire… hai preso il G.R.A. contromano?»
«NO! Ma che sei scema? Ti pare?»
«E allora che intendi con “al contrario”, scusa?»
«Intendo che l’ho preso direzione Firenze invece che direzione Napoli. Mi sono fatto cinquanta minuti in più ma sono quasi arrivato. Da ritiro patente proprio. Mi è pure impazzito il navigatore e non sapevo che cazzo fare. Sono andato tipo in crisi e quando sono per strada e vado in crisi non riesco a trovare nemmeno la via di casa mia grazie al mio meraviglioso senso dell’orientamento. I colleghi sicuro mi sfotteranno a vita».
Silenzio.
Ho come l’impressione che non saranno soltanto i colleghi a sfottermi a vita.
«Oh? Beh? Non dici niente?»
Ride. Scoppia a ridere dall’altra parte del telefono.
«Bene. Grazie. È sempre bello sentirsi capiti»
«Oddio scusa… scusa, scusa, SCUSA!! È che… boh… SCUSA!». E ride. Di nuovo.
«No ma lo capisco, figurati. Ora scusa ma metto giù che già ho l’orgoglio ferito, ci manchi solo tu a prendermi per il culo»
«No, fermo! Non ti sto prendendo per il culo, scemo! È solo che è una situazione buffa… che ti frega dei colleghi? Non è successo nulla di grave, hai soltanto sbagliato strada… pensi che a loro non capita mai?»
«Boh. Di sicuro sono bravi a non farlo notare»
«Che è decisamente diverso dal “non sbagliare mai”. Non trovi?»
Sorrido.
«Già»
«Comunque… come mai eri così distratto? Cosa gira in quella testaccia piena di cose? A che pensavi, fesso?»
«A te».
Silenzio. Questo sconosciuto amico.
«Ah. Sono fonte di distrazione quindi. Bene»
«Dai, scema… hai capito che intendo»
«Più o meno… quindi mi pensavi?»
«C’è un momento in cui non ti penso, secondo te?».
La sento che sorride.
«Mi pensi troppo evidentemente, scemo. Facciamo che quando vedi che pensandomi ti perdi nelle tue cose e nei tuoi pensieri mi chiami e ti rimetto sulla retta via, ok? Che dici, può andare?»
«Sì, credo possa funzionare. Bella idea!»
Ridiamo.
«Senti, piuttosto… come è andata la partita di basket, ieri sera? Poi non ci siamo più sentiti che sono crollata sul letto e non ho nemmeno messo la sveglia»
«Mh. Bene, dai»
«Ecco fatto. “Bene, dai”?»
«Sì, cioè… è andata bene. Ho giocato uno schifo ma stavo fisicamente e psicologicamente a pezzi quindi boh, forse è per quello»
«Posso venire a vederti giocare qualche volta?».
SBAM. Silenzio.
Stavolta è colpa mia.
«Oh? Sei caduto?»
«No, no… sono qua»
«Beh? Se non vuoi che vengo non è un problema eh!»
«No, ma scherzi? Cioè… ammetto che è una cosa che non ho mai fatto»
«Non ti sei mai portato una ragazza che ti piace alla partita di basket? Serio?»
«Non c’è mai stata una ragazza che mi piacesse come mi piaci tu interessata a venire a vedermi giocare a basket, è diverso»
«Ah! Beh… tadannnn! L’hai appena trovata!».
Scoppiamo a ridere nello stesso istante. Piccolo silenzio.
«Allora? Andata?»
«Certo. Assolutamente. Andata!»
«Senti ma… non è che ieri hai giocato uno schifo perché mi pensavi, no?».
E ride. Di nuovo. Ride che è una bellezza. Ride una risata senza pensieri. Ride una risata pulita, pura, bella.
«Chissà. Potrebbe essere. Ammetto che un po’ t’ho pensata tra un terzo tempo e l’altro»
«Mi ti immagino troppo a giocare a basket, tutto sudato che imprechi perché pensi di poter giocare meglio di quanto stai facendo».
Sorrido.
«Sì, più o meno sono così»
«Dovresti accettare il fatto di non essere perfetto ogni tanto. Dovresti sorridere dei tuoi errori ma soprattutto dei tuoi limiti. Dovresti essere fiero di ciò che sei e di ciò che stai facendo»
«Dici?»
«Dico, bello mio. Sei merce rara di questi tempi».
Silenzio. Penso.
«Già. Se lo dici tu… mi fido»
«E certo che ti fidi… vorrei vedere!»
«Oi, vedi che io sono arrivato… confermato per questa sera allora? Ci vediamo?»
«Certo che sì bello mio. Ci vediamo a ora di cena sul corso, facciamo una lunga passeggiata come al solito finché non sveniamo e poi ci mangiamo una cosa, che dici?»
«Dico che è perfetto, scema»
«Alla grande allora, scemo! E mi raccomando non perderti durante il tragitto!»
«Vaffanculo!».
Ride. Ride tantissimo.
«Come vuole, sir! Dai, gioco! Ci vediamo stasera… e fammi sapere quando fate la prossima partitella che vengo a fare il tifo e a tirarti la Gatorade in faccia quando avrai sete!». E mette giù, tra una risata e l’altra.

Avrei voluto dirtelo, ma pensavo fosse fuori contesto. Non ho bisogno di bevande colorate o di robe varie per aumentare la prestazione. Mi basta sapere che da qualche parte ci sei te e che faccio parte di un briciolo dei tuoi pensieri. Pensarti, sperarti, è questo che mi dà energia. Tipo che dopo la partita vado al bar e:
«Una bottiglia grande di Lei, grazie»
«Prego?»
«Ehm… una bottiglia grande di Gatorade, grazie».
Mi scombini l’esistenza e i modi di fare. Mi rincoglionisci.
«Un cornetto macchiato freddo e un caffè integrale con miele, grazie».
Sei la colazione perfetta. Il pensiero energizzante quando sono stanco. Fare errori e figure di merda non è mai stato così divertente da quando ti conosco.
Risata dopo risata, passeggiata dopo passeggiata mi sono reso conto di una cosa preziosa: sei tu il mio sport drink preferito.

 

Andrea Abbafati

Safe Zone

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Lei è nuda sul suo letto. Completamente nuda, con un fumetto in mano.
La guardo. Sono davanti a lei, nudo, senza vergogna. Non provo mai vergogna davanti a lei, neanche quando non ho niente addosso. Non sento mai la necessità di specchiarmi per vedere se c’è qualcosa che non va, come invece faccio praticamente sempre in sua assenza. Nessun chilo di troppo, nessun chilo di meno. Niente troppi capelli, niente troppo pochi capelli. Nessun centimetro in più, nessun centimetro in meno. Sto bene così.
Mi siedo sul suo letto e continuo a fissarla; la guardo mentre sfoglia le pagine del fumetto e legge, attenta. Ogni tanto si scosta i capelli e riesco a vedere il lato sinistro del suo volto, intravedo qualche spruzzo di quelle lentiggini che mi fanno impazzire. Sfoglia, legge, poi sfoglia di nuovo. Lei è una delle poche superstiti che quando sfogliano le pagine non si leccano le dita contaminando l’intero libretto con la saliva. La amo anche per questo.
«Leggi?» le domando. Stacca per un attimo gli occhi dai balloon che le stanno raccontando la storia e mi sorride: «sì», dice. Poi chiude leggermente il fumetto quel tanto da farmi leggere il titolo, che non mi è assolutamente nuovo. «Ferma, ma non ti ho prestato io il primo numero della saga?». «Sì» afferma sorridente, «da lì ho preso a consumarli uno dopo l’altro. Ora sono arrivata al diciassettesimo volumetto». SBEM. «E perché non mi hai detto niente?» chiedo. «Perché non puoi immaginare che soddisfazione provo in questo momento a vedere la tua espressione di stupore, dolcezza mia» dice, poi scoppia a ridere e posa di nuovo gli occhi sulla sua nuova avventura preferita. Sbuffo, ma non le tolgo gli occhi di dosso. Studio i particolari più nascosti del suo corpo, anche se li conosco già a memoria.
Sfoglia, legge, poi sfoglia di nuovo.
Mi sdraio sul letto, al suo fianco. Il suo odore mi devasta le narici. Improvvisamente sento che prende fiato. Sta per parlare. Anzi no, non sta semplicemente per parlare. Sta per dire qualcosa di importante, lo capisco da come prende fiato.
«Comunque devo dirti una cosa»
«Spara»
«Devo ringraziarti»
«Per cosa?»
«Per questo». Mi sventola il fumetto davanti.
«E perché?» chiedo.
«Perché ho scoperto che è un’ottima scusa per dormire tardi la notte e alzarsi presto la mattina» spiega.
«In che senso?»
«Nel senso che mi affascina la storia. Amo i personaggi. Provo stupore per quello che potrebbe succedere da un momento all’altro. Da una pagina all’altra. Anche se non so quanto possa essere positiva come cosa, ora che ci penso»
«E perché non dovrebbe essere una cosa positiva, scusa?» chiedo.
«Perché ultimamente mi ritrovo ad avere più fiducia in questa storia disegnata che nelle persone che conosco da una vita e delle quali mi fidavo».
Silenzio.
Pausa.
«La cosa mi fa male, tutto qua» conclude.
Rifletto. Lei posa il fumetto sul lenzuolo e guarda il vuoto davanti a sé. Prende fiato. Altro discorso importante in arrivo.
«Ma secondo te»
«Eh»
«Basta essere buoni?» chiede.
«In che senso?»
«Cioè… nel senso… boh… cioè… secondo te io sono buona?»
«Vuoi che ti assaggio? Lo faccio eh. Anche se l’ho fatto giusto poco fa e…»
«Dai non fare il porco!». Ride. «Hai capito che intendo!»
«Sì che l’ho capito» confesso. «Comunque sì. Sei buona. Punto»
«Come i protagonisti di questo?» e mi sventola di nuovo il fumetto davanti, sostituendo nelle mie narici per un attimo il suo odore con quello della carta.
«Sì. Molto di più»
«E come fai a dirlo?»
«Intendi togliendo il fatto che vengo a letto con te e ti conosco da tanto ormai? Beh, lo dico perché lo sento. Emani una sensazione buona. Sempre».
Silenzio. Riflette. Non sa se credermi o meno.
«Può andare» dice, sorride e torna a leggere.
Mi crede.
La guardo che sfoglia. Sfoglia, legge, poi sfoglia di nuovo. Di nuovo. E di nuovo. E di nuovo.
Stavolta sono io a prendere fiato.
«Paradossalmente, quando si cade in una pozzanghera di fango a volte si esce puliti» dico.
Si ferma. Non toglie lo sguardo dal fumetto ma ha smesso di leggere, gli occhi sono fissi, immobili.
«Che hai detto?» chiede.
«Ho detto che paradossalmente…»
«No, no, ho capito che hai detto… intendo dire… è tua?»
«Sì»
«È bellissima»
«Grazie»
«Come ti è venuta?»
«Guardandoti».
Silenzio. Momento imbarazzo. Stacca gli occhi dalla pagina e li fissa nei miei.
«Guardandomi?» chiede, poi sorride.
«Sì. Te l’ho detto. Sento che sei buona. Emani una sensazione buona. Mi ispiri cose buone. Sei buona»
«E pulita?» domanda.
«Sì. Buona e pulita»
«Più pulita di prima?»
«Assolutamente»
«E perché?»
«Perché ti ho leccata tutta!»
«E smettila di fare il porco ho detto!» e via, prende un cuscino e me lo lancia addosso. Poi ride. Ride di gusto. Ride che è bella.
«Sei la mia Safe Zone» dico.
«Safe Zone?» chiede.
«Sì, la mia Safe Zone. La mia Zona Sicura» spiego.
«Suona tipo come una delle tue solite robe zombie… sbaglio?»
«No, non sbagli… ma è una cosa bella. Sei una certezza. Una sicurezza. Meriti la mia fiducia. Sei la Safe Zone»
«Cioè con me ti senti al sicuro dagli zombie?»
«Non solo dagli zombie, ma da tutto»
«Tutto tutto tutto?»
«Tutto tutto tutto»
«Fico! Sono la tua Safe Zone pulita!»
«Sei pulita perché sei uscita dal fango. Il fango s’è preso tutte le cose sporche che avevi addosso e ti ha lasciato i suoi scarti, quelli di cui poteva liberarsi. Tutta la roba che era di troppo, l’ha lasciata a te»
«E perché?»
«Per liberarsene. La pozzanghera ha acquisito il tuo sporco, fresco, nuovo, forte e doloroso e ti ha ceduto il suo, usato, vecchio, raggrinzito e puzzolente, ma viene via che è una meraviglia, te lo assicuro. Basta farlo seccare un po’»
«E che senso ha? Perché avrebbe dovuto lasciarmi qualcosa di suo?»
«Perché altrimenti sarebbe esplosa. Non può contenere tutto lo sporco del mondo, soprattutto se stiamo parlando di una piccola pozzanghera di fango»
«Mh. No, credo sia una grossa pozzanghera»
«Beh, anche le grosse pozzanghere hanno un limite di sopportazione. Anche loro accumulano esperienza, sporco, roba da buttare e dopo un po’ devono svuotarsi»
«E dici che la roba che aveva da buttare l’ha data a me in cambio della mia?»
«Certo bella mia… il fango ti ha dato l’esperienza. Tutti quegli scarti che ti sei tolta poi in doccia, tutto quello sporco raggrinzito che ti ha sporcato i vestiti… ti hanno fatto capire che non restano per sempre, che vanno via con un po’ d’acqua. Basta cadere nello sporco e avere la forza di uscire e lavarsi. Ripulirsi».
Posa di nuovo velocemente gli occhi sul fumetto ma li toglie subito e li punta nuovamente contro i miei.
«E… io ti ho ispirato tutta questa storiella?»
«Assolutamente»
«Wow. Forte» sussurra, poi chiude il fumetto. Mi guarda. «Sai… ora che me lo fai notare… è bello essere puliti». Sorrido. «Ti senti un po’ più buona adesso?» chiedo. Mi si avvicina lentamente poi si ferma di botto, il suo naso che sfiora il mio.
«Non so come mi sento sinceramente ma sì, forse un po’ più leggera. Pulita. Forse anche buona»
«Visto? Basta farsi una doccia dopo una bella nuotata nel fango» dico. Lei ride. «Probabilmente, sì» dice. «Ma il mio è uno sporco forte, di quelli incrostati per bene. Credo che farò un’altra doccia». «Bene» dico, «ti aspetto qui allora!».
Si alza. È nuda, davanti a me, in piedi sul letto. Mi guarda dall’alto. Sorride. Salta giù dal letto e si dirige verso il bagno poi si ferma di colpo. La sento prendere fiato. Sta per dire nuovamente qualcosa di importante. Anzi, di importantissimo, perché fa una lunga pausa, volta leggermente la testa verso destra, fa un ghigno strano e…
«Pensavo… in due lo sporco viene via meglio… giusto?».

Andrea Abbafati

Immagine di copertina di Martina Greco

 

Alba facendo

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Squilla.
Leggo sullo schermo il nome di un collega.
Rispondo.
«Ao»
«Ao, ‘ndo stai?»
«Ecco sto tornando, ho fatto poco fa l’ultimo cliente. Arrivo»
«Sbrighete che forse devi partire per il secondo giro o m’aiuti a prepararlo almeno»
«No problem, arrivo. Oh, avvisa gli altri che porto i caffè»
«Ammazza e che è successo? Tu che offri?»
«Ma se offro sempre, su. Dai, arrivo»
«Vabbè… sbrighete me riccomanno, coglione»
«Ecco mo’ faccio tardi apposta, deficiente».
Il collega sbotta a ridere. Chiudo la chiamata. La strada è vuota, proseguo tranquillo sul furgone, gli occhi stanchi che non si chiudono solo grazie ai vari caffè presi.
Squilla di nuovo.
Neanche leggo il nome sullo schermo.
«Oh, hai rotto il cazzo, t’ho detto che arrivo… aspetta no?».
Silenzio.
Troppo silenzio.
Mi viene un dubbio ma non faccio in tempo a guardare sul display che…
«Oh, ma che problemi hai?».
È lei.
«Oh, scusa… credevo fosse il collega di prima! Scusa scusa scusa» spiego esterrefatto.
«Grazie del buongiorno eh, non dovevi» dice lei, ma sento che è divertita.
«MA BUONGIORNO! Comunque scusa davvero… è che pensavo mi avesse richiamato per rompermi le palle come fa spesso» Leggi tutto “Alba facendo”

Il trombettista fa il suo dovere

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«La cioccolata calda».
Silenzio. Alzo lo sguardo su di lei. Sta guardando la tazza davanti a me quasi con disgusto.
«Sì, la cioccolata calda»
«Per carità, è buona eh»
«È molto buona, e allora?»
«E allora niente… hai ordinato una cioccolata calda»
«Sì» dico, «ho ordinato una cioccolata calda e la sto bevendo»
«Mentre io ho ordinato una birra. Fredda»
«Perché calda, la birra, fa schifo» dico.
Silenzio. Ci pensa su.
«Giusto».
Hallelujah. Sollevo la tazza, poggio le labbra sul bordo e…
«Cioccolata calda» dice lei.
Poso la tazza. La guardo non riuscendo a trattenere un sospiro scocciato.
«Mi spieghi cosa ci trovi di strano nella mia cioccolata calda?»
«Niente, tranne il fatto che a te sta sul cazzo la cioccolata calda, ma la stai bevendo comunque»
«Fammi capire, adesso uno non può cambiare gusti?»
«Assolutamente. Senti ho un’idea, perché stasera non andiamo a farci una bella carciofolata da qualche parte?».
Silenzio.
Stronza.
«Lo sai che a me non piacciono i carciofi» dico.
«Certo che lo so, ma speravo avessi… cambiato gusti». Ride. «Dai, sto scherzando scemo. Goditi la tua cioccolata calda, non ti rompo i coglioni»
«Non mi rompi i coglioni»
«Lo so, l’ho appena detto»
«No, nel senso… va be’, niente».
Bevo.
Lei continua a ridere, ma silenziosamente.
Mando giù in fretta e furia tanto da bruciarmi la gola.
«Che ridi?»
«Niente, sei buffo, non chiedermi perché. Non saprei rispondere»
«Ok»
«Okè».
Silenzio. Bevo di nuovo, lei manda giù qualche sorso di birra poi guarda fuori dalla finestra.
Mi viene in mente una cosa.
«Comunque poi l’ho fatta quella cosa».
Mi guarda.
«Davvero?»
«Sì. Dubitavi?»
«No, ma sinceramente non pensavo ti organizzassi così velocemente»
«E invece sì! Visto? Ti ho stupita»
«Veramente! Sono orgogliosa di te, bravo» dice, poi beve un altro sorso di birra.
Sorrido. Poi mi viene un dubbio. La guardo attentamente e vedo che non sta bevendo ma sta usando il boccale per non farmi vedere che…
Sta ridendo.
«Tu non hai capito di che cosa diamine sto parlando» dico.
Mi guarda sorridente.
«Ma certo che ho capito… quella cosa, no?»
«Basta, mi fai incazzare quando fai così, non ti dico più un ca…»
«Linguaggio»
«Oh, ma linguaggio un cazzo!».
Silenzio. Ora ha lo sguardo turbato.
«Signorino, modera i termini»
«Ma stai parlando con tuo figlio? Ma sei seria? Ti sto dicendo una cosa importante e tu fai la cretina?»
«Guarda che ti conosco, tu non stai dicendo qualcosa… stai soltanto cercando approvazione e io l’approvazione non te la do solo per farti contento e per farti sentire “ok”, ok?».
Stop.
Pausa.
Rewind.
Mi guarda.
«Lo so che non l’hai fatta quella cosa. C’hai provato, ti sei disperato perché non ti è riuscita in due, tre giorni e hai lasciato stare, poi però c’hai riprovato e c’hai riprovato e c’hai riprovato. Poi hai deciso di ordinare una cazzo di cioccolata calda che neanche ti piace soltanto per farmi vedere chissà che cosa, lo sai solo tu, e adesso in questo bel siparietto ci sei tu che sei gelido, la cioccolata che si sta gelando e io che ho i coglioni che girano a mille perché tu sei gelido».
Fine.
Sipario.
Applausi.
Il pubblico si alza e chiede indietro i soldi del biglietto.
«Non è proprio così» balbetto. Lei mi guarda innervosita. «Sul serio»
«E allora com’è?»
«Ci sto provando ancora a fare quella cosa, davvero. Non ho mollato»
«E che è ‘sta moda di ordinare una cosa che odi? Pensi davvero che quella cosa si attui così?»
«Ma io che ne so?»
«Oh, svegliati cocco… non è mangiando roba che ti fa schifo che ti aiuterà a fare qualsiasi cosa tu voglia fare»
«Avevo voglia di novità, ok?».
Silenzio.
Tasto dolente.
Mi guarda. Prende fiato.
«Se avevi voglia di novità mi portavi in vacanza da qualche parte sconosciuta, non ordinavi una dannata cioccolata calda. Al gusto peperoncino poi? Ma che è?»
«Ho fatto una stronzata, ok? Adesso dobbiamo rovinarci il pomeriggio per la mia cioccolata calda?»
«Non è tua! Una cosa che non ti piace non può essere tua, santo Dio!»
«Mia per modo di dire! Ma che è ‘sta cosa di puntualizzare oggi?»
«Devi fare ordine, ecco perché puntualizzo… devi fare ordine in quella testa altrimenti rischi di affogare!»
«Ma rischio di affogare dove? Ma che stai dicendo?»
«Sì! Rischi di affogare nella merda che ti crei da solo, ok?».
Colpito e affondato.
«Guarda che lo so cosa stai facendo. “La novità”… adesso cerchi “la novità”. Lo so dove vuoi andare a parare, non me la fai cocco. Ti conosco troppo bene»
«Sentiamo, sono tutto orecchi»
«Non “sentiamo” proprio niente invece. Io non devo dirti niente, sai già tutto»
«Che due palle quando fai così però»
«Ah, pure? Non puoi lamentarti se ti conosco troppo bene. Com’è, ‘sta cosa ti piace solo quando ti fa comodo?»
«No macché, è che boh… mi butti a terra e mi salti sopra. Mi smonti l’entusiasmo»
«Guardami». La guardo. «Ho torto? Quella cosa ti sta riuscendo davvero?»
Silenzio.
Il pubblico ha capito il trucco.
Lo spettacolo di magia è fallito.
«No. Non mi sta riuscendo per un cazzo. Cioè sì, ma a tratti»
«A tratti. Come un vecchio videogioco della play che va a scatti e si blocca?». Sorrido.
«Sì, proprio come un vecchio videogioco della play che va a scatti e si blocca» ammetto, poi continuo: «il fatto è che vado a rilento, sono partito con l’entusiasmo esagerato ma ora vado a rilento. Studio gli altri, cerco di capire le tecniche, i segreti per riuscire al meglio in quella cosa ma non va tanto bene… cioè, magari va anche bene, ma per ora mi sto limitando ad imitare gli altri»
«Ed è giusto così, allora».
Silenzio.
Il pubblico trattiene il fiato.
Colpo di scena!
«Aspe’… in che senso? È giusto che imito gli altri?»
«Quando stai facendo una cosa per te nuova? Certo. Anche nello sport funziona così. Studi gli altri, le tecniche di gioco, gli schemi, ti attacchi i poster dei campioni in camera e sogni di essere come loro. Giusto così. Hai semplicemente bisogno di prendere ispirazione dai migliori o da chi ci sa fare meglio di te».
Applausi.
Boati.
Oscar. “And the winner is…”
«Sai che c’è» dico. «Mi sa che anche stavolta hai ragione»
«Tanto per cambiare, cocco bello» dice lei, poi finisce la birra e scosta leggermente la bottiglia vuota per avere davanti a sé spazio, allunga le mani e prende le mie. Mi guarda.
«Ti fai un botto di problemi. Comincia a uscirti fumo dalle orecchie, sai?».
Ha i capelli slacciati, disordinati e terribilmente mossi, ma nonostante tutto non credo di aver mai visto capelli più belli e ordinati dei suoi. Mi viene in mente una cosa.
«Ieri ho letto una roba su Facebook, una frase»
«Una frase?»
«Sì. Era di Baricco, tratta da “Novecento”. Faceva tipo… aspè… ah, sì: “Uno che su una nave suona la tromba, non è che quando arriva la burrasca possa fare un granché. Può giusto evitare di suonare la tromba, tanto per non complicare le cose.”»
«La conosco. Bella no?»
Mi guarda. Capisce. Le sue labbra prendono la forma di un sorriso talmente ampio da far vedere i denti. Le sue lentiggini, il suo collo, le sue cicatrici, tutto emana luce solare illuminando la sua certezza già certa: mi conosce troppo bene. «Ti senti come il tizio che suona la tromba, vero?» dice, mentre mi guarda dentro come una maga.
«Sì»
«E come ti senti nei panni del trombettista?»
«Uno schifo»
«E perché?»
«Dai, un trombettista nel bel mezzo di una bufera? Inutile»
«Bisogna sempre essere utili a qualcosa secondo te?»
«Non dico questo, ma nel bel mezzo di un pericolo… cosa ci faccio con la tromba? Cosa me ne faccio del mio saperla suonare?»
«Niente. Non te ne fai niente, puoi solo dare una mano»
«Eh»
«Mi meraviglio che sia proprio tu a dirmi una cosa del genere, sai?»
«Perché?»
«Ma come, adori così tanto i film di genere apocalittico e non ti accorgi di quanto sia attuale nel discorso del trombettista durante una bufera?»
«Ferma… mi sono perso…»
«Nel bel mezzo del pericolo il trombettista si tirerà su le maniche e darà una mano come i sopravvissuti delle tue storie preferite. Fine. È questo che farebbero tutti. Non importa chi siamo. Attori, musicisti, infermieri, baristi. C’è sempre bisogno di noi durante un’Apocalisse. Tutto sta nel riconoscere i propri limiti»
«Odio avere dei limiti»
«Ma li hai, come tutti gli esseri umani. Devi solo conviverci, accettarti per come sei, suonare la tua tromba su quel palco quando sarà il tuo momento senza alcun cazzo di rimorso o senso di colpa. Senza svalutarti. Riceverai complimenti, critiche, fischi, pomodori ma continuerai a suonare la tromba, perché questo vuoi fare: suonare. Poi, al primo allarme, quando vedrai i primi schizzi d’acqua poserai la tua tromba con cura, scenderai dal palco interrompendo la tua esibizione e darai una mano. Se il tuo aiuto non servirà a nulla ti farai da parte, senza complicare le cose e senza sentirti un fallito inutile. Perché è così che si fa. Poi, quando tutto sarà passato, tornerai a suonare la tua tromba, facendo quello che ami fare. Tornerai ad essere ciò che devi essere perché vuoi esserlo. È questo quello che farai. Qualunque sia la cosa che stai cercando di fare, falla perché ti fa stare bene, perché vuoi farla. Impara a suonare la tromba guardando chi la suona meglio di te, ma suonala a modo tuo, come ti dice il cuore. Vedrai che non ci sarà bufera in grado di fermarti».
Silenzio.
Col fiato sospeso il pubblico guarda il finale della nostra storia arrivare con velocità sorprendente.
Titoli di coda.
Nessun applauso.
Lacrime e abbracci.
Il senso è stato capito.
Il narratore ha fatto il suo compito.
Musica.
Suono di tromba.

Andrea Abbafati

Il bicchiere di vita in questa birra di merda

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Novembre, ore 23.00. Esterno. Dal pub poco distante da noi esce musica house, dance… non so bene, non seguo il genere. So solo che fa “bum bum bum”. Ho gli occhi chiusi, mi lascio cullare dal silenzio rotto dalla musica assordante e dal sapore della birra fredda, poi c’è lei, al mio fianco. Sento la sua presenza, il suo sguardo, il suo respiro.
«Terra chiama Luna, Terra chiama Luna… Luna mi ricevi?».
Apro gli occhi. Lei mi guarda sorridente. «Ma buongiorno» dice. «Mpf», le rispondo. «Sei bloccato? Che hai?» domanda. «Niente, niente. Fa freddo» rispondo. Mi si avvicina, mi mette il braccio sinistro lungo le spalle e mi stringe a sé. «Se vuoi ci spostiamo dentro, il pub è pieno ma un posto lo troviamo sicuro» propone; «no macché, va bene qui. Adesso sento caldo» dico. Lei ride, poi poggia il bicchiere di birra quasi vuoto (o quasi pieno) sulle labbra e beve. Faccio lo stesso, anche se il mio di bicchiere è decisamente più quasi vuoto (o quasi pieno). Improvvisamente mi viene un’idea, stacco il bicchiere dalle labbra, mando giù la birra gelida e dico: «il bicchiere di vita in questa birra di merda». Lei smette di bere e mi guarda accigliata: «eh?». «Il bicchiere di vita in questa birra di merda» ripeto. Lei guarda il bicchiere poi dice: «se la birra fa schifo la finisco io… a me piace». Silenzio. «Ho avuto un’idea» dico. Lei capisce: «non farai come l’altra volta a lavoro che sei partito col furgone vuoto perché avevi capito come finire una delle tue storie eh?» e scoppia a ridere. Sbem. Colpito in pieno. Orgoglio ferito. «So che non sembra, ma non sono così rincoglionito: imparo dai miei errori» dico con una punta d’acido piuttosto evidente. «E come avresti risolto la cosa per non ritrovarti licenziato un giorno di questi?» chiede lei curiosa, col sorriso furbetto sempre stampato in faccia. «Comincio a pensare solo dopo aver caricato tutto. Niente pensieri, storie e idee dalle tre e trenta alle cinque del mattino e dalle dodici alle dodici e trenta del pomeriggio» dico. «Ottimo. E ci riesci?» chiede curiosa. «No» rispondo con amarezza, «ma ci provo con abbastanza impegno, tutti i giorni». «Non male, cowboy, non male!» esclama, mi dà un colpetto sulla spalla col pugno sinistro mentre riprende a bere la birra, che finisce. «Senti, vado a prenderne un’altra… tu la vuoi?» mi domanda. Guardo la birra, porto nuovamente il bicchiere sulle labbra e verso il contenuto in bocca, poi mando giù. «Sì, grazie» dico. «Sempre la stessa?». «Sempre la stessa». Prende il mio bicchiere vuoto e va, entra nel pub. Resto solo. Silenzio e musica. Solo silenzio e musica. Dicono che quando uno muore vede tutta la sua vita passargli davanti. Sto forse morendo? Adesso? Vedo tutto. Le mattine fredde a far colazione con lei, con gli amici. Le serate gelide a baciarsi, mezzi nudi nel parcheggio che la macchina è troppo piccola. I progetti fatti, i fogli di carta scritti. Chi se ne è andato. Chi è rimasto. Chi rimarrà. La palestra. La scuola. Il lavoro. I colleghi che ti offrono il caffè. I tatuaggi. I ‘grazie’. Le lacrime. La saliva sulle labbra. I battiti che aumentano.

I battiti che aumentano.

Apro la bocca.

Vado a tempo e parlo.

Vado a tempo.

Parlo.

Respiro forte, vado a tempo e parlo:
«Le cazzate che faresti per dimostrare ‘sta cosa ti uccideranno. I fremiti, il sudore, le notti in bianco, la musica rap nelle orecchie, le lacrime e le ansie che bruciano. I chilometri che faresti per dimostrare questo amore, i film che guarderesti per sopprimere questo orrore. La roba che scrivi, che c’hai da fa, la gente che ti dà retta. Le notti in bianco, il bicchiere di birra notturno e la corsa il giorno dopo. La puzza di polvere sotto il naso, le foto da modificare, le locandine fatte in casa con i pixel che prendono vita. Le imprecazioni, i ricordi, i curriculum sopra e sotto i copioni scritti e cestinati. La roba che scrivi, che c’hai da fa. Le notti in bianco, le lei dimenticate ma manco tanto, la tastiera vecchia che scricchiola, l’aria pesante che puzza, la guerra che fuori gioca a nascondino, la gente che ti dà retta. Il cappuccino alla mattina con gli altri, il caffè subito dopo, le gomme da masticare per dominare l’ansia, che non è precisamente ansia da prestazione. È ansia di essere all’altezza. L’ansia. I caffè, la gente che ti dà retta. Il bicchiere di vita in questa birra di merda. La roba che scrivi, che c’hai da fa, la gente che ti dà retta, il sipario vecchio che profuma di nuovo, gli occhi che ti guardano, la gente che entra e esce, la fiducia che non c’hai ma che ti danno loro. Il bicchiere di birra notturno e la corsa il giorno dopo. Il sipario vecchio che profuma di nuovo».
Silenzio. Anche la musica sembra fermarsi. Sento una presenza dietro di me. È lei.
«Dovresti bere ogni sera se l’alcol ti porta a partorire queste cose»
«No, non sempre. Oggi è una serata fortunata, forse»
«Avresti il permesso di essere licenziato tutte le volte che vuoi. Dovresti camparci con questa roba, sai?»
«Camparci? Ma mi hai visto?»
«Ti ho visto, ti ho visto. Il tuo problema è che metti radici, sempre detto io»
«Radici? In che senso?»
«Tieni, prendi la birra che ti spiego. Questo giro lo offro io» e si siede sul muretto. Intanto la musica ricomincia. Io sorseggio la birra in piedi, gli occhi su di lei, ma lei sta zitta e mi guarda, quindi mi siedo e lei comincia a parlare. «Metti radici. Ti aggrappi alle cose poi, appena queste giustamente e per natura cambiano o cessano di esistere, resti bloccato, spiazzato. Come con le tue ex. Mi hai detto che hai buttato tutti i loro regali, no?». La guardo. È una trappola? «Certo» rispondo, «ma che c’entra adesso?». «C’entra eccome, bimbo. Credi in quello che fai, ma fallo per te, non per gli altri. Per te. Punto» dice, poi beve un sorso di birra.
Ha ragione.
«Ok, allora da oggi basta festeggiare per gli obiettivi raggiunti. Hai ragione. Basta sorrisone soddisfatto, basta entusiasmo e basta restarci male per le cose quando vanno male o comunque non come vorresti» dico. Lei smette di bere. «Non hai capito una ceppa. Non dico di smettere di provare emozioni, porca vacca. Dico che dal principio devi fare una cosa per te, non per gli altri. Capito? È normale poi rimanerci male. Devi provare a non mettere radici. A sentirti libero, non legato a qualcosa o a qualcuno, altrimenti non vivi più. Le persone cambiano, gli eventi cambiano. Tutto cambia bimbo. Anche tu. Quindi perché aspettarsi l’alba di sera?» e continua a bere. Fisso la birra come uno che ha appena ricevuto una botta in faccia. Rifletto. Perché aspettarsi l’alba di sera? «Non pensarci troppo», dice, «non ci guadagni niente. Almeno stasera non pensarci. Bevi e basta, stavolta non ti faccio la paternale» dice lei. «Capirai, ‘sta birra farà sì e no cinque gradi» preciso io. «Allora non ubriacarti di birra, ma di libertà. Di silenzio. Lo senti il silenzio? Ecco. Azzera tutto. Spegni il cervello. Svuota tutto. Bevilo ‘sto bicchiere. Bevilo tutto. Vedrai che starai meglio. Com’era? “Il bicchiere di vita in questa birra di merda”» e mi bacia, poi alza il bicchiere: «cin cin!».

Andrea Abbafati

Di getto

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Prego mi dia un caffè ristretto grazie, che c’ho voglia di pensare. Sono uscito un po’ perché voglio farmi scivolare un po’ di cose dal groppone. C’ho la testa piena, non funziona lo sciacquone.
Sono stato poco fa in Chiesa, ammetto mi mancava. Mi ricorda i bei tempi, quando lei ancora m’amava. Quando lo sciacquone funzionava e la testa era pulita, quando c’era poca certezza nell’affrontare una salita.
“È la vita”. Sento sempre la stessa frase: “è la vita”; ‘sto caffè fa schifo, barista. Un altro, per favore.
Mi fa male la testa, non è che c’hai qualcosa? Da mandare giù con l’acqua. Sì, qualsiasi cosa.
Mi prude il braccio, sento prurito sul tatuaggio che ormai funge da cicatrice di Harry Potter. Brucia quando s’avvicina il male. Il secondo caffè fa più schifo del primo, barista. Complimenti, c’hai un talento naturale.
Mi sento spento. Giuro, mi sento spento. Sto in ferie senza obiettivi se non quello de riposa’, ma mi guardo intorno in cerca d’avventura, metti caso capitasse sotto tiro qualcuna da bacia’.
C’ho un tornado nel cuore, me l’han detto tutti, solo che non capisco come cazzo si ferma. Fa un rumore strano ogni tanto, tipo “brum brum”. Non so… c’avrà un motore. Vorrà partì? Ma dove deve andare… ma dove vuole andare… che le radici sono forti e ci tengono fermi qua, io, il tornado, il cuore, il rumore.
Il cervello sta fermo, zitto, muto. C’ho la testa piena, non funziona lo sciacquone.
Tlic, tlac. Non funziona lo sciacquone.
Eppure io ti giuro, bari’, ti giuro che volevo solo ama’. Voler bene. Volevo solo voler bene. Un abbraccio, cazzo, un abbraccio solo, invece ho preso più schiaffi che saluti. Ma dai. Mica mi sto lamentando, ma che dici. No, non voglio certo fare la vittima, per carità. Cercavo solo qualcuno con cui parla’. E perdonami il dialetto che esce fuori ogni tanto da questa dizione perfetta… perdonami pure la rima che fa capolino ogni tanto con quella capoccetta… ma oggi mi sento ispirato. So’ stato in Chiesa, ho chiesto d’esse perdonato.
E te giuro che scoppierei a piagne come un regazzino… no scusa, hai ragione: e ti giuro che scoppierei a piangere come un ragazzino… abbraccerei pure te, bari’, pure se fai il caffè che fa risalire il cenone di capodanno. T’abbraccerei, poi uscirei e abbraccerei tutti quanti. Tutti, nessuno escluso. Perché c’ho un peso dentro, bari’, ma un peso dentro che non poi capì… a tratti sverrei, me butterei per terra… strillerei de tutto… così, giusto pe’ famme abbraccia’. Scusa. Così, giusto per farmi abbracciare.
Che non capisco un cazzo è risaputo. Come è risaputo che quando non parlo, scrivo. Che c’ho un cuore grande me lo dicono in molti, che c’ho i pensieri intrecciati me lo dicono tutti. Un altro caffè, bari’, ma stavolta decente, che mentre parlo mi si secca la lingua e oltre il caffè da bere non voglio niente. Serve caffeina. C’ho un sonno travolgente che me tira pe’ i capelli… cerco de resiste ma proprio non s’arrende. C’hai presente quando c’hai il cuore che batte a mille e regaleresti il conto in banca al primo fortunato? Ecco, non proprio a quei livelli, ma più o meno me sento così: rinato. Perché so’ triste, mica mento, ma me sento pure tanto strano, libero, leggero, ma stai attento… non dico mica che so’ partito di capoccia… dico solo che c’ho il cuore che fa bisboccia, col cervello, coi polmoni, con la bocca e tutto quanto. Non coordino più niente, sto fermo zitto e sciallo, in attesa del responso di chi giudica per professione. Che di dita puntate ne siamo pieni, bari’, pure te, che fai il caffè più schifoso del mondo. Ma suvvia, diciamocelo, alla fine che ce frega? Che tanto tra un dialetto e una rima baciata ne usciamo felici, pure con tre caffè che fanno schifo perché sì, bari’, io parlerò pure da mezz’ora, ma ‘sto terzo caffè fa schifo quanto i primi due e sai che te dico? Che mi lascio andare. Non me ne frega ‘n cazzo bari’, del dialetto, della dizione, della dieta, degli altri. Pure dei caffè. Te li pago lo stesso, imparerai. Oppure continuerai a farli così ma li berrò lo stesso, perché m’hai fatto capì che c’è di meglio al mondo. E mica cazzi. C’è di meglio al mondo bari’, pe’ ogni delusione che ce capita. Pe’ ogni amore perso. Pe’ ogni amico che t’abbandona. Ce sta di meglio al mondo, è sbagliato accontentasse. No? Ah… sei d’accordo con me, bari’? Meno male. Mi sento meglio, meno solo ma no, tranquillo, non t’abbraccio, non t’abbraccio.
Bari’, io vado. M’aspetta un mondo là fuori. Un mondo che m’aspetta.

Vado, pago, esco, apro la porta e resto sull’uscio. Mi volto. L’assassino di caffè mi fissa curioso.

Bari’, guarda che lo so che pensi, sa’? Pensi che mento. Pensi che il mondo continuerà ad aspettarmi ancora per molto, molto tempo. Ma che credi? Che parlo di getto? Così, per frustrazione? Me fai così debole, bari’? Io so’ un supereroe, che te credi? Pensi che sprecherò pure questa occasione?

Ride sotto i baffi, l’assassino di caffè. Lo guardo e subito un po’ d’ansia mi sale. E se avesse ragione? Se fossi in grado di sprecare anche quest’occasione? Eccolo là che ride. Ride di gusto.

Ridi. Ridi pure bari’. Puoi pensa’ quello che te pare. Io esco. Il mondo m’aspetta, mica il contrario. Parlerò pure di getto, in dialetto, a tratti balbettando, ma c’ho un cuore grande bari’. Quindi ridi, ridi pure, che tanto te l’ho detto: non me ne frega ‘n cazzo bari’. Non me ne frega ‘n cazzo!

Andrea Abbafati

Grandi poteri e grandi responsabilità

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«Un caffè ristretto, grazie» e via così. Inizia una nuova giornata di “ferie-non-ferie”. Nel senso che sono in ferie, ma non sono in ferie. Robe da fare, noia quando non ci sono robe da fare, ansia quando c’è troppa roba da fare. Rilassarsi non fa parte della mia routine quotidiana.
Mi sono svegliato presto quando potevo benissimo restare a dormire e mi girano i coglioni, tanto per cambiare. «Scusa, me ne fai un altro per favore? Sempre ristretto, grazie» e via, il barista esegue e subito mi ritrovo il secondo caffè della giornata sul bancone. Ristretto, come sempre.
Domani torno a lavoro e questo mi rende intrattabile. Vorrei smuovere il mondo, fare cose, viaggiare ma mi sento limitato, intrappolato nelle mie stesse radici, quelle che ho deciso di mettere anni fa, sicuro di fare la cosa giusta. Mai pentito, neanche ora. Ma comincio a sentirne il peso, come è normale che sia.
Finisco il secondo caffè e vado alla cassa, arriva il barista e rimane a guardarmi. «Due caffè ristretti… devo pagare. Me li hai fatti poco fa» dico, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. «Sono già pagati» dice, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Eh? «Eh?» chiedo. «I due caffè ristretti sono stati già pagati» ripete lui, poi indica con la testa dietro di me, mi volto e la vedo. Lei. «Ah. Ecco. Capito. Grazie» balbetto, sorrido imbarazzato poi mi reco da lei, seduta ad un tavolino poco dietro di me.
Mi siedo.
«Mi sei passato accanto senza neanche vedermi»
«Giuro che non t’ho vista»
«Eh, me ne sono accorta. Ma io i caffè te li ho pagati ugualmente»
«Grazie madame, non doveva. Come è gentile!»
«Imbecille».
Ridiamo.
«Due caffè addirittura? Vanno alla grande queste ferie, eh?»
«Vanno una merda»
«Yuhu!»
«Mi giro e rigiro senza concludere niente. Assurdo»
«Sei in ferie cocco, è normale. Devi riposarti. E sarebbe anche ora»
«Mi sono riposato abbastanza, ora non mi reggo in piedi. Sto scoglionato, non mi va neanche di allenarmi»
«Significa che devi riposare. Oh, rilassati»
«Ma non c’è tempo per rilassarsi!» dico, lei mi guarda a bocca aperta. «Stai fuori» dice, «sei in gara per qualcosa e non me ne sono accorta per caso?». Rifletto. «No» dico, «non sono in gara per niente. Ma ho fretta, lo sai come la penso». «E come la pensi? Sentiamo». Silenzio. Come la penso? «Io… oh, ma che cazzo ne so». Fine. Ha vinto lei.
«Ho vinto io» dice. «Sì, sì ok, hai vinto tu» dico. Che palle.
«Stamattina sono passata in fumetteria» dice. La guardo. «Perché?» chiedo mentre lei scoppia a ridere: «per comprare un etto di salame». Cretina. «Per fare cosa secondo te? Per comprare un fumetto» borbotta spocchiosa, mentre io la guardo a bocca aperta: «tu che compri fumetti? E da quando?». «Da oggi. Da stamattina precisamente». Sorrido: «figo».
«Ora sono proprio curiosa di capire cosa ti affascina tanto di questi cosi così colorati»
«Vedrai, ti piacerà. Cosa hai comprato?»
«Sorpresa»
«Oh, fai un po’ come ti pare»
«Mamma mia, Super Acido»
«Esatto»
«Te? Che racconti?»
«Io ho finito ieri sera il gioco di Spider-Man sulla play»
«Se?»
«Se»
«Mh»
«Che?»
«Non mi sembri poi così soddisfatto»
«Dai, su»
«Cosa?»
«A ventisette anni a giocare a Spider-Man»
«A ventisette anni, in ferie senza doversi alzare alle due e mezza, a giocare a Spider-Man» precisa lei.
«Ma che vuol dire»
«Ma vuol dire tutto, bello di casa»
«Mi sento acciaccato, inutile, boh»
«“Acciaccato, inutile, boh”»
«Puoi prendermi in giro quanto ti pare»
«Non ti prendo in giro»
«Ah no?»
«No. Ti riporto semplicemente con i piedi alla realtà»
«Cioè?». Mi si avvicina lentamente, quasi naso a naso, poi sussurra:
«Stai dicendo una marea di cazzate».
«Ti puzza l’alito»
«Non è vero»
«Ok, sto scherzando»
«Non stai scherzando, paraculo. Stai cercando di depistarmi»
«Può darsi»
«Sai chi mi fai venire in mente in questo momento?»
«Chi?»
«Un supereroe»
«Se, va beh»
«Giuro. Un supereroe con il costume strappato»
«Ah ecco, ottimo»
«Oh per carità! Sta’ zitto che sennò sembra che sparo stronzate!» dice, poi apre la borsa, tira fuori un fumetto e me lo mostra: è un fumetto di Spider-Man e nella copertina c’è ovviamente lui, l’Uomo Ragno, con il costume fatto a brandelli. La guardo. «Io non ne capisco niente di fumetti, ma sai perché l’ho comprato?» mi domanda, io scuoto la testa, stordito. «Perché è un figo. Guardalo. Spider-Man, il costume distrutto, il corpo pieno di cicatrici e ferite, un nemico (che non so chi è) che lo sta per attaccare… ma no, Spider-Man non cede, cazzo. Sta lì, in piedi, pugni chiusi, pronto a sparare raggi laser». Deglutisco con difficoltà: «Spider-Man non spara raggi laser ma ragnatele». «Eh, è uguale! Quello che spara spara! Sta lì! Ed è un figo anche se stilisticamente impresentabile. Questo fumetto può essere letto perché Spider-Man non ha mollato, anche se a pezzi». Pausa. «Ma Spider-Man non esiste, scema» dico. «Lui no, ma tu sì» dice. Fine. Ha vinto di nuovo lei.
«Ho vinto di nuovo io»
«Sì, hai vinto di nuovo tu»
«Sono proprio forte eh?»
«Per carità… quindi io sarei Spider-Man?»
«No. Sei meglio di Spider-Man, perché combatti i cattivi senza super poteri»
«Sì, ma ci prendo anche tante di quelle sberle da non ricordarle neanche»
«Eh. Le sberle le prende Spider-Man con i superpoteri, figurati tu comune mortale».
Silenzio. La vedo che sorride.
«No, ti prego, non dirlo di nuovo»
«Ho vinto. Di nuovo. Tre a zero. A casa!» E ride. Ride come la bellezza che è, con i suoi capelli arruffati, le sue lentiggini, le mani che non stanno un attimo ferme quando parla.
«Oh, scemo»
«Eh»
«Ricorda che quando ti senti un rottame, è perché sei appena uscito da una battaglia e chi affronta una guerra uscendone immune e illeso, senza un graffio, o è Superman, o è un vigliacco»
«Per carità! Non voglio essere né Superman, né un vigliacco»
«Appunto. Ma sei un supereroe. Ti torna?». Rifletto. Mi torna?
«Sì dai. Mi torna. Siamo supereroi. Entrambi»
«Sarò la tua Catwoman!»
«Oh ma per carità! Spider-Woman casomai!»
«Sì ok, quello che è, devo ancora leggerlo il fumetto abbi pietà»
«Fammi sapere che ne pensi poi, ci tengo»
«Ma certo, scemo. Tu adesso stai un po’ meglio?»
«Sì dai»
«Vedi? Sei proprio un supereroe»
«Perché?»
«Menti. Spudoratamente. Menti per non far soffrire chi ami. Piccolo stupido sexy supereroe!» e ride, ride di gusto. Cretina.
«Cretina»
«Stupido»
«Ok stop, tanto a offese vinceresti nuovamente tu»
«È il mio superpotere segreto»
«Bella roba. Senti, caffè? Offro io»
«Te ne prendi un terzo? Sei matto?»
«Oh, ho una città da salvare, ho bisogno di energie»
«Tu sei fuori!»
«”Da un grande potere derivano grandi responsabilità”» dico. Lei mi guarda. «Ti prego» supplico, «dimmi che l’hai capita». Lei sorride innocentemente e scrolla le spalle. Non l’ha capita.
«Senti, faccio finta di niente»
«Ecco bravo, rispetta la mia ignoranza in materia e portami ‘sto caffè, eroe»
«Vado di corsa, madame» e vado. Col costume strappato, la maschera a pezzi, i muscoli che fanno male e le gambe che a malapena si reggono. Ma ancora in piedi.
Sì.
Ancora in piedi.

Andrea Abbafati