Pausa

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Sono le sei e fa freddo. La notte se ne sta andando e io ogni tanto mi ritrovo a pensare a te alternando i tuoi occhi a qualche battuta del copione nuovo che sto studiando. Ne son successi di casini ultimamente, ma sono rilassato. Tranquillo. L’atmosfera mi aiuta.
Sono sul furgone, sto lavorando. Dallo stereo esce musica rap direttamente dalla mia pennetta USB… roba troppo confusionaria per una mattina così. Stacco e imposto lo stereo su ‘radio’. Stanno passando un tormentone estivo. Meglio di niente.
Sul sedile del passeggero fa la sua bella presenza una raccolta di testi teatrali di Benni tra i quali fa capolino prepotentemente “Il Dottor Divago”, uno dei miei pezzi preferiti. Ecco, mi sento come lui in questo preciso istante. Solo che no, fuori non piove. Ma tu non ci sei.
Potrei chiamarti ma già so cosa mi diresti: «ehi», e io «ehi. Scusami se ti ho svegliata» e tu mentiresti spudoratamente «ma scherzi. Ero sveglia». Piccola bugiarda tradita dalla tua stessa voce assonnata. Ma nonostante il sonno di entrambi staremmo le ore a sentirci respirare, io che ogni tanto scendo e risalgo dal furgone e tu sempre lì, in attesa. Perché è questo che fai: attendi.

Ma non ti chiamo.

Perché non sarebbe giusto.

Perché non vorresti ascoltarmi. O forse sì.

E poi devo lavorare.

Gli occhi mi cadono su un’alba spettacolare ma non riesco a fotografarla in tempo. Dai, lo sai che non uso il cellulare mentre guido. E’ pericoloso. Quindi mi fermo in un piazzale vuoto e scatto una foto ad un altro pezzetto di alba assolutamente diverso da quello di prima ma comunque bello. Potrei tornare indietro e fotografare quel tratto meraviglioso che come un dipinto mi ha accecato gli occhi ma sarebbe un’incoerenza pazzesca ed imperdonabile. Ho scattato una foto per te, che mi hai insegnato a non guardarmi indietro, ad apprezzare quello che ho adesso… non avrebbe senso tornare indietro per immortalare qualcosa che reputo più bello. Va bene così. Ci accontentiamo di questo pezzo di alba oggi, ok?
Metto in moto nuovamente il furgone e mi rimetto in cammino. Avevo lasciato il volume della radio a palla e quindi mi prende quasi un colpo quando la nuova canzone trasmessa parte in modo violentissimo. Che spavento! Penso a come avresti reagito tu, cominciando a dare piccoli calci a terra come una bambina arrabbiata perché una piccola paura improvvisa le ha buttato a terra l’elmetto da guerriera, e sorrido. «Che ridi, scemo?!» mi urleresti tu, «niente!» risponderei io e continuerei a guidare trattenendo la risata più grande del mondo.
Pausa. Ecco. Questa mattinata la chiamerò “Pausa”. Pausa a tutto e da tutti. Pausa da te, ti lascio dormire. Per questa volta mi accontento di immaginarti ma domani ti chiamo sicuro. Alle quattro. Domani ti chiamo alle quattro, appena sveglio. Sai che meraviglia? Entrambi assonnati, rincoglioniti dal sonno ma felici di sentirci. Probabilmente.
Pausa. Oggi sono in pausa. Spengo lo stereo. Si sente qualche grillo che canticchia fuori, mentre il furgone sfreccia piano per le strade. Si, piano. Dai, lo sai che non corro per strada. E’ pericoloso.
Pausa. Oggi metto in pausa. Il rumore. L’amore. La rabbia. Il rancore. I dibattiti. Lo stomaco che fa male. La dieta. Il senso di colpa per averla già infranta ieri, la dieta. Il mal di testa. Oggi metto in pausa anche lo studio del copione.
Squilla il telefono. Sei tu.
«Ehi scemo! A che punto stai?». “Ancora in alto mare bella mia. Non sono nemmeno a metà giro” dovrei dire, «buongiorno bella mia! Quasi a metà giro. Come mai già sveglia?» chiedo. Mi hai insegnato tu a guardare sempre positivo. «Ho dormito una merda». “Linguaggio!”, «linguaggio!». «Dai, ci manchi solo tu che mi fai la predica di prima mattina! Volevo solo sentirti, penso che andrò a farmi una doccia». “Lava via ogni cosa, bella mia. Tranne me”. «Perfetto. Ci sentiamo quando finisco, ok? Colazione insieme?» propongo. «Colazione insieme!» ripete lei, poi mette giù.
Pausa. Oggi sono in pausa. Non esiste niente, solo la strada. E la percorrerò tutta, fino alla mia destinazione.
Pausa. Oggi metto in pausa. Oggi vado piano, mi concedo un respiro in più. Accendo di nuovo la radio, stanno passando la pubblicità. Sorrido.
Pausa. Oggi pausa. Tutto tranquillo. So per certo che stavolta sì, stavolta andrà tutto bene.

 

Andrea Abbafati

Occhi sporchi

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«Tu hai gli occhi sporchi» dice.
«Eh?». “Eh?” è l’unica cosa che mi viene in mente per rispondere ad un’affermazione del genere.
«Hai gli occhi sporchi», ripetere tecnicamente non varrebbe, ma lei può. «P-può da-può darsi» balbetto, poi continuo ad osservarla. «Sai» dice lei «se hai gli occhi sporchi ti sembra tutto sporco». Silenzio. «Andrebbero puliti quegli occhietti». “Occhietti”: uno dei termini che odio di più al mondo, mi immagino sempre un volto enorme con due occhi minuscoli, quasi inesistenti… l’orrore… ma la sua voce ha l’incredibile potere di trasformare le cose schifose in quasi belle e allora sì, ho “gli occhietti”. «Beh… non so che dirti» butto là e lei subito, quasi avesse la risposta pronta «non sai che dire perché non vedi bene. Se hai gli occhi sporchi non vedi tutto nella sua forma, automaticamente non sai commentare, descrivere, parlare, vivere». Si alza. «Bisogna pulire quegli occhietti» dice, poi mi si avvicina, io ancora seduto la osservo. «E come?» chiedo, quasi temendo la risposta. «Chiudendoli un po’» dice lei. «Facendoli riposare. Li usi troppo. Stai troppo attento ai dettagli, li fai girare spesso. Vortici di curiosità. Ci pulisci gli angoli, con quegli occhi. Che pretendi poi? Che non siano sporchi?». Continuo a guardarla. Lei in piedi, bella, io seduto sul muretto, capelli rasati che tutti scambiano per calvizie e una bella miopia che mi fa vedere le cose in modo distorto. “Hai gli occhi sporchi” ed è subito chiarezza. Tutto è chiaro. Tutto si vede meglio. «Hai ragione. Di nuovo» dico, lei sorride presuntuosa. «E che t’aspettavi?» fa, poi si inginocchia sul muretto e mi abbraccia. Io la stringo più forte che posso e me ne esco con una frase che raramente dico: «mi aiuti a pulirli, ‘sti occhi?». Mi guarda. Ha lo sguardo pulito. Lo sguardo che pulisce. Le orecchie che ascoltano. Le labbra sincere, pronte a salvare. I capelli lunghi, che riscaldano e profumano di buono. Lentamente, le sue labbra si aprono ed esce la salvezza: «certo, piccolé».

Andrea Abbafati

Del caffè

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Del caffè, dell’effetto che non fa sulla mia mente. Dell’odore della notte e della mattina presto, col sole che fa la prova tecnica per l’esibizione del giorno. Dei pensieri, dei racconti, della nausea post corsa dopo un’intera settimana passata a rincorrere. Di te che appari e scompari, di me che odio i giochi di magia. Delle sigarette, della puzza di fumo e dell’improvvisa voglia di sperimentare per vedere una volta tanto qualcosa uscire definitivamente dal tuo corpo e sparire nell’aria. Dei sentimenti grandi, immensi, meravigliosamente senza senso e della paura di perderli per sempre.
Di quello che succede del mondo. Delle serie tv sui supereroi. Dei fumetti che tra poco spezzeranno le ante della tua libreria. Delle avventure e delle canzoni tristi che partono mentre guardi l’orizzonte.
Degli addii.
Dei turni di lavoro, dei giorni di riposo con sveglia alle nove e alzata a mezzogiorno.
Della voglia di cambiare. Delle prove continue tutte le sere. Dei copioni imparati a memoria. Degli applausi, delle risate, dei complimenti, delle repliche, della voglia di fare qualcosa. Delle canzoni sussurrate sopra la musica per non perdere la voce prima di uno spettacolo. Dei saluti, delle litigate, della nostalgia degli abbracci. Di quando stavamo insieme. Di quando eravamo una squadra, tipo i Power Rangers, solo che non facevamo le mosse strane.
Dei ‘ti amo’, ‘ho paura’, ‘vaffanculo’. Della noia che ti porta a scrivere. Della stanchezza che ti porta a farti un caffè e a berlo amaro, perché “lo zucchero ingrassa”. Delle paranoie. Delle battaglie. Delle passeggiate solitarie ad attaccare locandine. Dei soldi spesi in cazzate.
Di te che te ne vai. Di te che torni. Delle nostre battaglie insieme. Dei sogni. Dei desideri. Di stasera che vado a cena con i nonni. Di me. Delle mie battaglie. Di noi. Delle nostre battaglie. Del mondo. Delle sue guerre.
Di quanto sei bella. Di quello che siamo. Di quando ti parlo e di quando mi guardi. Di quanto mi parli. Di quanto è bella la notte insieme. Di me che ti dico di non aver paura di nulla, che tanto ci sto io. Di te che mi poggi la testa sul petto alla mattina presto. Del mio cuore che batte. Dei nostri cuori che battono.
Che tanto sarà l’affetto a farci a pezzi. Sarà ‘sto “tump tump” ad ammazzarci.

Andrea Abbafati

«Tu non hai paura?»

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«Non hai paura?» mi chiede guardandomi negli occhi. Non vorrei esagerare ma è forse la prima volta che mi guarda così. Sembra quasi spaventata. «Certo» rispondo, «guardami bene, guarda la mia faccia… ti sembro uno che non ha paura?». Sorride. «Perché, comunque?» chiedo, lei risponde subito «beh, fa sempre piacere sapere di non essere i soli ad aver paura. Se fossimo costretti… voglio dire… se ci trovassimo a dover affrontare anche il terrore da soli… beh, sarebbe un casotto no?». Un “casotto”. Sorvolo. «Sì. Sarebbe un… casotto. Sì».
La guardo bene. I suoi sorrisi sono forzati, la faccia stanca, le mani quasi tremano. Improvvisamente guarda in alto. «Sai» dice, «alla fine non sappiamo davvero niente del mondo in cui viviamo».
Silenzio religioso. Ha ragione, lo riconosco. Ma d’altronde lei ha sempre ragione.
«Non facciamo altro che dirci “va così”, “è così che deve andare”. Poi basta, buio, fine, game over. Ai matrimoni applaudiamo, ai funerali pure. Cambia solo l’emotività. Per il resto è tutto uguale. Stessi gesti. Cambiano gli sguardi. I respiri. L’odore». Abbassa la testa. «Passiamo le giornate a sperare che vada tutto bene. Preghiamo affinché qualcuno possa dirci “non sei inutile, sei importante per me!”. Ci accontentiamo delle solite frasi fatte». Ora mi guarda. Mi sta guardando. «A te sta bene?», mi domanda. Ci penso su. A me sta bene? Trattengo il fiato, poi butto lì: «porca vacca, no!». Sorride. «A me non sta bene affatto. Infatti la battaglia è ancora in corso» dico. Lei continua a fissarmi, stavolta incuriosita. «Che battaglia? Che vuoi dire?». «Voglio dire che stiamo combattendo. Una guerra vera. E non è una di quelle cose che piacciono a me per la sopravvivenza… zombie, apocalisse, cose così… no. E’ una guerra brutta, vera, che miete vittime tutti i giorni. Ogni mattina ci alziamo con indosso già l’armatura, ma raramente ce ne accorgiamo». Continua a fissarmi, apre leggermente la bocca come per parlare ma io la blocco subito: «sì» dico, «non preoccuparti. Io e te lottiamo fianco a fianco, in questa guerra». Le sorrido. Mi sorride. «Grazie» dice. «Grazie di che?» le chiedo. «Di aver paura insieme» mi risponde.
Mi abbraccia.

Andrea Abbafati

Le’

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«Che hai?». Così. All’improvviso. “Che hai?”. Non me l’aspettavo.
La guardo. Entrambi siamo sdraiati a terra, pancia all’aria. Entrambi avevamo lo sguardo fisso in alto, verso il cielo che oggi minaccia pioggia. Entrambi. Insieme. Finché lei non ha deciso di guardarmi e studiare la mia faccia.
«Che hai?» ripete. Che ho?
«Che vuoi che abbia?» butto lì. «Guardo il cielo».
Mi guarda. Anzi no, non mi guarda. Mi scruta. «Tu tutto guardavi bello mio, tranne il cielo». La guardo. «E tu che ne sai?». «Ti conosco», risponde.
Breve silenzio. Mi cade una goccia sul volto. «Sta pioven», «forza, racconta» mi interrompe. «Ti ascolto».
Non posso tirarmi indietro. Mi ascolta. Mi sta ascoltando.
Comincio.
«Questa mattina a lavoro… stavo scaricando il furgone… beh, ci stava un tizio molto più grande di me che lavora per un’altra ditta. Scaricava casse di verdura. Funghi, carote, quella roba lì. Ad un certo punto mi guarda e mi fa “ciao le’”». Mi guarda incuriosita, «“ciao le’”?» domanda. «Si. Proprio “ciao le’”. “Le’” sta per “lello”, diciamo. Si usa in forma amichevole, lo usano spesso gli adulti riferendosi a bambini, ragazzetti. A me in questo caso».
Silenzio. «E quindi?» domanda, «questo “le’” ti ha dato fastidio?». Alzo di botto la schiena sedendomi, lei mi segue senza staccarmi gli occhi di dosso, curiosa. «Mi ha dato fastidio? Mi ha sconvolto la giornata! Non faccio altro che pensarci dal preciso momento in cui è successo… “le’”! Quello neanche mi conosce e mi ha chiamato “le’”! Sai questo che significa?», «no ma non vedo l’ora tu me lo dica, filosofo mio!» scherza lei ma la blocco subito, «non scherzare, scema!» le dico, poi la guardo a bocca aperta: «una parola. Due lettere. Sembrano niente, ma mi hanno cambiato la mattinata. Il pomeriggio. Probabilmente anche la serata. Basta così poco certe volte. Non ce ne rendiamo conto ma siamo tutti così vicini, altro che distanti! Ci conosciamo tutti, ognuno di noi ha l’abilità di colpire affettuosamente l’altro per spronarlo… quindi perché non lo facciamo mai?». Mi guarda. Ho ancora la sua attenzione.
Continuo.
«Per lui magari è stato un saluto come un altro… chissà quante altre persone ha chiamato così… ma per me è stato importante e mi ha aiutato a capire il significato profondo delle parole». «E sentiamo… “le’” per te che significato ha avuto in quel momento?» mi domanda lei. Ci penso. Rispondo: «secondo me voleva dire “oh le’, se te serve ‘na mano fai ‘n’fischio!”». Silenzio. Scoppia a ridere. «Sei un cretino!», «lo so!» e ridiamo. Ridiamo come matti. Ma siamo seri. Ridiamo come matti seri. La guardo e penso che quando ride, se possibile, è ancora più bella. «Sai» continuo, «le parole per me hanno tanti significati diversi. Anche “le’”. Ecco, “le’” può avere un significato protettivo, affettuoso». «Tipo?» chiede lei. «Tipo: “tengo a te, voglio prendermi cura di te, proteggerti a costo della mia stessa vita”». Silenzio. Mi guarda. «Però. Che belle parole. Beato chi riceverà un tuo “le’” allora!» dice, poi sorride. Mi guarda. «Hai una bella testa, scemo. E un bel cuore».
La guardo.
«Grazie Le’».

Andrea Abbafati

Rosso

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Ha tipo appena piovuto e la strada è bagnata, stamattina ho lavato il furgone con cui lavoro e ovviamente oggi il tempo ha deciso di far piovere, tipo quando decidi di uscire a maniche corte a settembre e improvvisamente diventa dicembre così di botto.
Sto fermo in attesa che il semaforo diventi verde e mi passano in mente dei pensieri, come sempre. Davanti ho l’autobotte dell’Acea che mi rallenta il giro e mentre mi preparo a togliere il freno a mano e mettere la prima mi guardo attorno: un sacco di gente, un sacco d’aria, un sacco di luci (ma è già Natale?), un sacco d’ansia, un sacco di tutto. Il mio sguardo torna sul semaforo: ancora rosso… ormai sembra passata un’infinità, ma è ancora dannatamente rosso. Mi mancano solo tre consegne e poi me ne torno a casa, posso aspettare e portare pazienza, in silenzio.
Passano un sacco di belle ragazze, ma nessuna c’ha il sorriso tuo. Che culo. Certe volte penso che amare, o almeno cercare di farlo, sia umano, istintivo: un’azione che la nostra anima fa per proteggersi… d’altronde, chi può sopravvivere da solo?
“Gli occhi sono due per diventare quattro e la bocca è una per diventare due!”. Mh. Non è colpa mia, è l’attesa che fa diventare scemi.
A tal proposito guardo di nuovo il semaforo: rosso.
Prendo il cellulare, attivo la connessione dati per mandare qualche messaggio ma la prima cosa che faccio è vedere se mi hai scritto e ovviamente non mi hai scritto quindi spengo la connessione dati poso il cellulare e comincio a ripetermi a mente qualche pezzo di copione giusto per mantenere attivo il cervello, solo che la cosa è talmente potente che non si limita alla mente e via anche di voce ma sforzo troppo, tossisco, lancio qualche imprecazione (a mente però) e guardo di nuovo il semaforo.
Rosso.
Non ho mai odiato così tanto un colore in vita mia. E pure l’autobotte dell’Acea è ad alto rischio odio tanto che vedo già del vapore acqueo che esce dai finestrini. Scherzo.
Penso che ti penso e che sono talmente ridicolo nel pensarti che quasi quasi continuo a ripassare la cazzo di parte così una parte di me potrà distrarsi e rilassarsi. Forse.
Rosso.
Cerco di non guardare il semaforo. Spesso il tempo più lo attendi e più si fa attendere.
Rosso.
Niente, quel dannato colore continua ad attirare il mio sguardo e allora decido che vaffanculo, mi ripeto l’intero copione a memoria. Nah, non funziona. Forse dovrei spegnere il motore. Forse è rotto il semaforo. Forse è la dannata autobotte. Nah.
Rosso.
Penso che appena tornerò a casa dovrò scrivere qualcosa sul colore rosso, o sul semaforo, o sull’autobotte. O su te. Mh. Sull’autobotte. Scriverò qualcosa sull’autobotte.
Rosso. Neanche a perderci tempo sperando in qualche cambiamento. Comunque ultimamente penso spesso a come sarebbe avere un figlio (da te?), a creare una famiglia (con te?), a scrivere (di te?) e ci penso talmente tanto che già mi hai rotto le palle.
Scherzo.
Rosso.
Penso che per oggi può bastare: ho pensato troppo. Accendo la radio che in realtà era già accesa quindi mi limito a togliere il “mute” e parte una canzone energica, quasi commovente, che mi ricorda… lasciamo stare. Oh, comunque oggi t’ho pensata parecchio. Mamma mia quanto eri bella. Vorrei scriverti ma mi sa che non ho più il numero, l’ho cancellato per sbaglio. Non è vero. Cioè, non è vero che l’ho cancellato per sbaglio. In realtà non l’ho mai avuto il numero tuo.
Ma santo Dio! Mi rendo conto solo adesso che pensandoti m’è scappato un sorriso e ammetto che rosico. Ultimamente rosico spesso. Rosico quando sbaglio qualcosa, quando qualcuno non si accorge dell’impegno che metto nel fare qualcosa e rosico pure quando vorrei fare qualcosa ma non riesco. Qualcosa. Qualcosa ovunque. Come te.
Alla radio la canzone finisce e ne comincia un’altra, io già ho in mente cosa scrivere appena sarò a casa e già degusto il ticchettio dei tasti della tastiera che riempiono la mia stanza e tu sul letto che… oh ma che palle.
Verde.

Andrea Abbafati

 

 

Breve monologo sull’amore

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<<“L’amore è, due punti”. L’amore è:>>
ci pensa su. <<Mmh. “L’amore è, due punti”>>, continua a pensarci su. <<Mmh>>. Non gli viene in mente niente. Sospira. <<Uff>>.
Passa il tempo, passano le amicizie, gli amori: ieri amava lei poi lei è partita, puff, andata, oggi ama un’altra. Passano le relazioni, il tempo, l’inverno… è estate. Niente.
<<Mmh>>. Poi l’idea: una musica nuova. Scorre la lista. <<Mmh>>, mmh. Niente. Ancora niente ma ecco che “drin drin”, messaggio vocale. Nonna ha imparato ad usare Whatsapp ma può fare soltanto gli audio perché non riesce a scrivere: “Ciao lello! Me so fatta Uazzap!”. Ride.
L’idea. Mani sulla tastiera, musica nelle orecchie.
<<L’amore è nonna che impara qualcosa di nuovo per starti più vicino e nonno che quando ti vede urla “gioventù!”. Correzione: l’amore sono entrambi i nonni che quando ti vedono all’unisono urlano “gioventù!”. L’amore sei tu. L’amore sono mamma e papà che sanno che ti alzi alle quattro e quando non sentono il cazzo di trambusto che fai ogni mattina a quell’ora si preoccupano e vengono a svegliarti, poi magari tu ti sei già alzato come un ninja e loro rimangono fregati e si sono alzati per niente.
L’amore è ammettere che qualche volta ti hanno salvato il culo svegliandoti all’ultimo. L’amore è tuo fratello che ti ruba i DVD lasciando il caos sulla scrivania. L’amore è qualcuno che ti scrive “pensa ad Andrea”. L’amore è avere miliardi di lettere, foto, pensieri, pezzi di cuori che pulseranno per sempre. L’amore è avere più di una famiglia adottiva, gente che t’ha scelto nonostante tutto. L’amore è avere l’amore e darlo in giro, spargerlo, coltivarlo. L’amore è una canzone leggera, profumata, che sa di danza classica, una coreografia, un copione… una matinée ripetuta per due, la stanchezza, il turno di notte, il non riuscire comunque a dormire.
L’amore è pensare continuamente alle persone che abbiamo perso perché ci mancano. L’amore è mandare a quel paese per il nostro bene le persone che abbiamo perso anche se ci manca terribilmente il loro profumo; l’amore è decidere di accogliere quelle persone nel caso un giorno decidessero di tornare.
L’amore è avere persone importanti, piccole ed indifese al proprio fianco, guardarle crescere mentre si innamorano, sperare non si dimentichino mai di te. L’amore è proteggere.
L’amore è promettere un monologo breve ma scrivere un poema lungo quanto la canzone che ci ispira riascoltata per sette volte di fila. L’amore è non darsi un tempo, non respirare, trattenere il fiato, non lavarsi se necessario, ingozzarsi di menefreghismo e concentrarsi su qualcosa, dedicarci la vita.
L’amore è stare male tutto il giorno e risollevarsi con un pensiero>>.
“Fine”, pensa.
Sorride.
Fine?

Andrea Abbafati

Chomp

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<<Chomp>>.
La guardo, <<eh?>> butto lì, ma lei ripete <<chomp>>, quindi mi parte un improvvisato ma potente <<ma che sei scema?>> e lei scoppia a ridere. <<Chomp!>> ripete, <<la tua testa fa “chomp chomp chomp” come quando mastichi qualcosa con gusto! Chomp!>>. Ok, è scema quanto bella. <<Sei scema quanto bella>> dico, lei sorride. <<Che hai?>> mi fa <<e se mi rispondi “niente” ti mordo>>. Mh.
<<Mi sento a disagio>> dico, <<hai presente quel disagio che hai quando sei in una situazione decisamente scomoda? Che non ti appartiene?>>, lei annuisce, <<ecco. Mi sento così>>. Lei mi guarda, o meglio i suoi occhioni mi guardano, mi scrutano attentamente, poi la sua testa si avvicina pericolosamente alla mia, la sua bocca si apre leggermente e… <<CHOMP!>>. Rido d’istinto, anche se leggermente contrariato. <<Sfotti? No perché dal tuo modo di fare potrei pensare che mi stai prendendo in giro>> dico a denti stretti fingendo di essere offeso ma lei non ci casca, mi prende la testa tra le mani e <<prenderti in giro? Io? Bello mio, dovresti saperlo… se sei a disagio tu sono a disagio io>>. Silenzio. <<Cosa ti fa male precisamente?>> domanda lei, <<alcune cose. Situazioni. Persone. Pensieri. Parecchi pensieri. “Chomp”, come diresti tu>> rispondo io ed eccola che ride di nuovo. <<Scusa, non ti sfotto. È che davvero fai tenerezza. Valuti i problemi, ma non le soluzioni>>. Penso, poi chiedo <<cioè?>>, <<cioè>> attacca subito lei <<io e te siamo uguali. Non siamo uno davanti all’altra adesso così, per caso. Siamo qui perché abbiamo deciso di affrontare tutto in due>>. Capisco. La guardo. Lei mi fissa, sorride e chiede <<proviamo a sentirci a disagio insieme?>>. Mi scappa una risata, lei evidentemente la prende come un sì, <<perfetto!>> urla, poi incrocia le gambe e si mette in posizione yoga, chiude gli occhi e comincia a sussurrare svariati <<chomp chomp chomp chomp chomp!>> muovendosi avanti e indietro.
Scema.

Andrea Abbafati