Le’

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«Che hai?». Così. All’improvviso. “Che hai?”. Non me l’aspettavo.
La guardo. Entrambi siamo sdraiati a terra, pancia all’aria. Entrambi avevamo lo sguardo fisso in alto, verso il cielo che oggi minaccia pioggia. Entrambi. Insieme. Finché lei non ha deciso di guardarmi e studiare la mia faccia.
«Che hai?» ripete. Che ho?
«Che vuoi che abbia?» butto lì. «Guardo il cielo».
Mi guarda. Anzi no, non mi guarda. Mi scruta. «Tu tutto guardavi bello mio, tranne il cielo». La guardo. «E tu che ne sai?». «Ti conosco», risponde.
Breve silenzio. Mi cade una goccia sul volto. «Sta pioven», «forza, racconta» mi interrompe. «Ti ascolto».
Non posso tirarmi indietro. Mi ascolta. Mi sta ascoltando.
Comincio.
«Questa mattina a lavoro… stavo scaricando il furgone… beh, ci stava un tizio molto più grande di me che lavora per un’altra ditta. Scaricava casse di verdura. Funghi, carote, quella roba lì. Ad un certo punto mi guarda e mi fa “ciao le’”». Mi guarda incuriosita, «“ciao le’”?» domanda. «Si. Proprio “ciao le’”. “Le’” sta per “lello”, diciamo. Si usa in forma amichevole, lo usano spesso gli adulti riferendosi a bambini, ragazzetti. A me in questo caso».
Silenzio. «E quindi?» domanda, «questo “le’” ti ha dato fastidio?». Alzo di botto la schiena sedendomi, lei mi segue senza staccarmi gli occhi di dosso, curiosa. «Mi ha dato fastidio? Mi ha sconvolto la giornata! Non faccio altro che pensarci dal preciso momento in cui è successo… “le’”! Quello neanche mi conosce e mi ha chiamato “le’”! Sai questo che significa?», «no ma non vedo l’ora tu me lo dica, filosofo mio!» scherza lei ma la blocco subito, «non scherzare, scema!» le dico, poi la guardo a bocca aperta: «una parola. Due lettere. Sembrano niente, ma mi hanno cambiato la mattinata. Il pomeriggio. Probabilmente anche la serata. Basta così poco certe volte. Non ce ne rendiamo conto ma siamo tutti così vicini, altro che distanti! Ci conosciamo tutti, ognuno di noi ha l’abilità di colpire affettuosamente l’altro per spronarlo… quindi perché non lo facciamo mai?». Mi guarda. Ho ancora la sua attenzione.
Continuo.
«Per lui magari è stato un saluto come un altro… chissà quante altre persone ha chiamato così… ma per me è stato importante e mi ha aiutato a capire il significato profondo delle parole». «E sentiamo… “le’” per te che significato ha avuto in quel momento?» mi domanda lei. Ci penso. Rispondo: «secondo me voleva dire “oh le’, se te serve ‘na mano fai ‘n’fischio!”». Silenzio. Scoppia a ridere. «Sei un cretino!», «lo so!» e ridiamo. Ridiamo come matti. Ma siamo seri. Ridiamo come matti seri. La guardo e penso che quando ride, se possibile, è ancora più bella. «Sai» continuo, «le parole per me hanno tanti significati diversi. Anche “le’”. Ecco, “le’” può avere un significato protettivo, affettuoso». «Tipo?» chiede lei. «Tipo: “tengo a te, voglio prendermi cura di te, proteggerti a costo della mia stessa vita”». Silenzio. Mi guarda. «Però. Che belle parole. Beato chi riceverà un tuo “le’” allora!» dice, poi sorride. Mi guarda. «Hai una bella testa, scemo. E un bel cuore».
La guardo.
«Grazie Le’».

Andrea Abbafati

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