Autoritratto (storia di una virgola)

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Bip bip. Bip bip. Bip bip. Bip–
Spegni la sveglia impostata al cellulare. L’ottava. Oggi è giorno di riposo. Oggi ti riposi.
La mente allenata a svegliarsi automaticamente alle tre e trenta del mattino, gli occhi che esplorano la stanza bagnata dal poco sole coperto dalle nuvole e la gola secca che non emette suoni.
«Ehm, ehm» provi a buttar giù. Bene. Le corde vocali sembrano rispondere. Tutto si muove, tutto funziona. Vivo anche oggi, metti i piedi giù dal letto. E’ tardi. E’ sempre tardi, anche se non hai nulla da fare per una volta. Per un giorno.
Nella stanza il disordine. Il portatile scarico, la batteria da cambiare, il carica batterie ancora attaccato alla presa elettrica, fogli sparsi sulla scrivania e fumetti ossessivamente posti in ordine numerico che appesantiscono le mensole di legno vecchie e coperte da pagine di mensili doppioni.
Ti rechi in bagno, apri l’acqua, ti sciacqui la faccia e ti guardi allo specchio. Barba incolta, capelli rasati, ciglia troppo grandi e un naso che sembra rotto ma che piace molto a molte. Le “mani da pianista”, come le ha sempre chiamate tua nonna ti carezzano il volto. Tale e quale ad ora. Sei tale e quale ad ora. Identico, spiccicato a come sei ora. Va tutto bene. In sala i tuoi si scambiano qualche battuta, ridono. Tuo fratello ti saluta con un cenno della testa. I nonni, di sotto, sono svegli dalle sei di mattina. Il cane ha fame e scodinzola davanti la porta. Fuori fa freddo, è novembre, manca poco a Natale. Tu, ancora in mutande, continui a guardarti allo specchio. Guardi il tuo corpo che cambia, che finalmente ti piace e che hai paura di veder rovinato, di nuovo. E pensi al passato. A ciò che è stato. A tutto quello che ti ha permesso di essere quello che sei ora.
Ti vesti. Fai colazione. Esci.
Fa freddo. Dalla bocca esce vapore misto a pensieri. Il tempo di un caffè e subito riesci a gestire la paranoie: ormai sei allenato. Hai parcheggiato l’auto lontano, così puoi passare del tempo con te stesso, camminando piano. E quanti saluti, quante strette di mano. Quante persone che a causa del tuo nome e cognome ti confondono per un altro.
La piazza è vuota, di questi tempi meglio stare a casa a passare il tempo libero. Qualche locandina affissa ti ricorda che è tempo di spettacolo. Il teatro forte, speranzoso, ricco di sogni e idee che non muore mai.
Ieri sera hai finito un fumetto nuovo e visto una puntata della tua serie tv preferita. Alimenti spesso il tuo cervello con storie scritte e raccontate da altri… il paradosso di chi scrive: per riposare e cercare l’ispirazione ci si nutre dei racconti urlati a squarciagola nel freddo vento invernale.
«Ciao bello, caffè al vetro o in tazza?» chiede la barista che non rispecchia assolutamente la ragazza dei tuoi sogni, quindi neanche ci provi. «Tazza, grazie» rispondi tu, poi «potrei avere il dolcificante al posto dello zucchero?». La linea è importante. Un caffè veloce accompagnato da qualche chiacchiera interessante spiccata da un chiacchiericcio noioso. Iniziano così le storie migliori. Finito il caffè paghi ed esci dal bar. La piazza continua ad essere vuota. Cammini. Decidi di attraversare sulle strisce pedonali e subito un signore che sembra aver fretta si ferma con l’auto e ti fa passare. Ringrazi. Lui sorride, poi riparte altrettanto di fretta. Passa una signora con le buste della spesa, si incrociano i vostri sguardi. Stavolta sei tu a sorridere, lei ricambia e abbassa la testa. Si vergogna? E’ davvero così intimo un saluto, di questi tempi? Più intimo della nudità?
Improvvisamente, un peso. Scansi leggermente la felpa che hai addosso e ricordi di avere al collo due collane. Pesano. Il peso dei sogni che si sente di più quando hai la testa vuota, rilassata, quando sei distratto. Il peso che ti ricorda che non si è mai da soli, una volta dato il via a qualcosa.
Acceleri il passo e ti ritrovi da solo, in mezzo ad una stradina.

Silenzio.

Respiri. Non hai paura.

Poi, da un vicoletto lì vicino, spunta una ragazzetta che dimostra quattordici, quindici anni. Canticchia tra sé. Si ferma un attimo, ti guarda, smette di cantare. I suoi enormi occhi marroni ti scrutano silenziosamente. Ha i capelli arruffatissimi e tra un capello e l’altro ti sembra di vedere un sogno incastrato che ancora non è riuscito a spiccare il volo. Avrà il suo tempo. Prima o poi riuscirà a districarsi da quei lunghi capelli e volerà lontano, ne sei sicuro e vorresti dirglielo ma lei, ancora concentrata su di te, ti precede disegnando sul suo viso con il pennarello dell’innocenza un sorriso sgargiante, pieno di luce. E’ già agosto?
E via. La piccola sognatrice continua il suo canto immersa tra i vicoletti di questo paese silenzioso. La guardi uscire dal tuo campo visivo canticchiando e saltellando, mentre tutt’attorno nulla è più grigio. Tutto è salvato.
Torni a casa. O meglio, prima torni alla macchina, poi torni a casa. E’ tardi. Vai in bagno e ti guardi allo specchio: le pupille dilatate come se avessi assunto qualche droga, le mani raggrinzite a causa del freddo, il cuore ben coperto e al caldo così come lo stomaco, in subbuglio. Sorridi. «Che poi, ti affanni tanto a cercare un motivo, un perché, quando basta stringere forti i pugni» dice il tizio allo specchio. Ha più capelli, qualche anno meno di te, meno esperienza, il naso che sembra rotto. «Ti fai trasportare troppo. Respira. Sii calmo. Non puoi salvare il mondo» continua. «Non posso salvare il mondo?» sussurri, sorpreso. «E allora che ci sto a fare?». «Fai parte della storia» dice lui. «Sei la virgola che se messa al posto giusto può dar senso alla frase». Sorride, «e ti prego… fai bella figura. La grammatica è importante» e se ne va. Lo specchio resta vuoto. Capisci. Anche il vuoto ha una storia. Anche le assenze portano avanti il racconto, per quanto male possano fare.
Le collane improvvisamente sembrano bruciare: una rappresenta un tornado, l’altra la libertà. Le stringi talmente forte che quasi le mani iniziano a sanguinare. Via dallo specchio, il riflesso non serve. Apri un’anta dell’armadio e ne tiri fuori un mantello rosso sgargiante che indossi immediatamente. Salvare il mondo magari no, ma nessuno ha detto che tu non possa essere un supereroe, giusto?
Nessuna maschera, trasparente come pochi, pugni ben stretti e gambe pronte a scattare. T’aspetta il mondo. Una storia da raccontare. Un falò e tutti attorno, per proteggersi l’un l’altro.
Il mondo no, non riuscirai a salvarlo… ma sorridi ugualmente, deciso, pronto.
Con coraggio, paura, dedizione e timore, farai sicuramente il possibile per far finire la storia nel miglior modo possibile, sfruttando tutto il potere che ti è concesso.

Finalmente un motivo. Finalmente un perché.

Riuscirai in tutto, virgola.

Andrea Abbafati

Pausa

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Sono le sei e fa freddo. La notte se ne sta andando e io ogni tanto mi ritrovo a pensare a te alternando i tuoi occhi a qualche battuta del copione nuovo che sto studiando. Ne son successi di casini ultimamente, ma sono rilassato. Tranquillo. L’atmosfera mi aiuta.
Sono sul furgone, sto lavorando. Dallo stereo esce musica rap direttamente dalla mia pennetta USB… roba troppo confusionaria per una mattina così. Stacco e imposto lo stereo su ‘radio’. Stanno passando un tormentone estivo. Meglio di niente.
Sul sedile del passeggero fa la sua bella presenza una raccolta di testi teatrali di Benni tra i quali fa capolino prepotentemente “Il Dottor Divago”, uno dei miei pezzi preferiti. Ecco, mi sento come lui in questo preciso istante. Solo che no, fuori non piove. Ma tu non ci sei.
Potrei chiamarti ma già so cosa mi diresti: «ehi», e io «ehi. Scusami se ti ho svegliata» e tu mentiresti spudoratamente «ma scherzi. Ero sveglia». Piccola bugiarda tradita dalla tua stessa voce assonnata. Ma nonostante il sonno di entrambi staremmo le ore a sentirci respirare, io che ogni tanto scendo e risalgo dal furgone e tu sempre lì, in attesa. Perché è questo che fai: attendi.

Ma non ti chiamo.

Perché non sarebbe giusto.

Perché non vorresti ascoltarmi. O forse sì.

E poi devo lavorare.

Gli occhi mi cadono su un’alba spettacolare ma non riesco a fotografarla in tempo. Dai, lo sai che non uso il cellulare mentre guido. E’ pericoloso. Quindi mi fermo in un piazzale vuoto e scatto una foto ad un altro pezzetto di alba assolutamente diverso da quello di prima ma comunque bello. Potrei tornare indietro e fotografare quel tratto meraviglioso che come un dipinto mi ha accecato gli occhi ma sarebbe un’incoerenza pazzesca ed imperdonabile. Ho scattato una foto per te, che mi hai insegnato a non guardarmi indietro, ad apprezzare quello che ho adesso… non avrebbe senso tornare indietro per immortalare qualcosa che reputo più bello. Va bene così. Ci accontentiamo di questo pezzo di alba oggi, ok?
Metto in moto nuovamente il furgone e mi rimetto in cammino. Avevo lasciato il volume della radio a palla e quindi mi prende quasi un colpo quando la nuova canzone trasmessa parte in modo violentissimo. Che spavento! Penso a come avresti reagito tu, cominciando a dare piccoli calci a terra come una bambina arrabbiata perché una piccola paura improvvisa le ha buttato a terra l’elmetto da guerriera, e sorrido. «Che ridi, scemo?!» mi urleresti tu, «niente!» risponderei io e continuerei a guidare trattenendo la risata più grande del mondo.
Pausa. Ecco. Questa mattinata la chiamerò “Pausa”. Pausa a tutto e da tutti. Pausa da te, ti lascio dormire. Per questa volta mi accontento di immaginarti ma domani ti chiamo sicuro. Alle quattro. Domani ti chiamo alle quattro, appena sveglio. Sai che meraviglia? Entrambi assonnati, rincoglioniti dal sonno ma felici di sentirci. Probabilmente.
Pausa. Oggi sono in pausa. Spengo lo stereo. Si sente qualche grillo che canticchia fuori, mentre il furgone sfreccia piano per le strade. Si, piano. Dai, lo sai che non corro per strada. E’ pericoloso.
Pausa. Oggi metto in pausa. Il rumore. L’amore. La rabbia. Il rancore. I dibattiti. Lo stomaco che fa male. La dieta. Il senso di colpa per averla già infranta ieri, la dieta. Il mal di testa. Oggi metto in pausa anche lo studio del copione.
Squilla il telefono. Sei tu.
«Ehi scemo! A che punto stai?». “Ancora in alto mare bella mia. Non sono nemmeno a metà giro” dovrei dire, «buongiorno bella mia! Quasi a metà giro. Come mai già sveglia?» chiedo. Mi hai insegnato tu a guardare sempre positivo. «Ho dormito una merda». “Linguaggio!”, «linguaggio!». «Dai, ci manchi solo tu che mi fai la predica di prima mattina! Volevo solo sentirti, penso che andrò a farmi una doccia». “Lava via ogni cosa, bella mia. Tranne me”. «Perfetto. Ci sentiamo quando finisco, ok? Colazione insieme?» propongo. «Colazione insieme!» ripete lei, poi mette giù.
Pausa. Oggi sono in pausa. Non esiste niente, solo la strada. E la percorrerò tutta, fino alla mia destinazione.
Pausa. Oggi metto in pausa. Oggi vado piano, mi concedo un respiro in più. Accendo di nuovo la radio, stanno passando la pubblicità. Sorrido.
Pausa. Oggi pausa. Tutto tranquillo. So per certo che stavolta sì, stavolta andrà tutto bene.

 

Andrea Abbafati

Chomp

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<<Chomp>>.
La guardo, <<eh?>> butto lì, ma lei ripete <<chomp>>, quindi mi parte un improvvisato ma potente <<ma che sei scema?>> e lei scoppia a ridere. <<Chomp!>> ripete, <<la tua testa fa “chomp chomp chomp” come quando mastichi qualcosa con gusto! Chomp!>>. Ok, è scema quanto bella. <<Sei scema quanto bella>> dico, lei sorride. <<Che hai?>> mi fa <<e se mi rispondi “niente” ti mordo>>. Mh.
<<Mi sento a disagio>> dico, <<hai presente quel disagio che hai quando sei in una situazione decisamente scomoda? Che non ti appartiene?>>, lei annuisce, <<ecco. Mi sento così>>. Lei mi guarda, o meglio i suoi occhioni mi guardano, mi scrutano attentamente, poi la sua testa si avvicina pericolosamente alla mia, la sua bocca si apre leggermente e… <<CHOMP!>>. Rido d’istinto, anche se leggermente contrariato. <<Sfotti? No perché dal tuo modo di fare potrei pensare che mi stai prendendo in giro>> dico a denti stretti fingendo di essere offeso ma lei non ci casca, mi prende la testa tra le mani e <<prenderti in giro? Io? Bello mio, dovresti saperlo… se sei a disagio tu sono a disagio io>>. Silenzio. <<Cosa ti fa male precisamente?>> domanda lei, <<alcune cose. Situazioni. Persone. Pensieri. Parecchi pensieri. “Chomp”, come diresti tu>> rispondo io ed eccola che ride di nuovo. <<Scusa, non ti sfotto. È che davvero fai tenerezza. Valuti i problemi, ma non le soluzioni>>. Penso, poi chiedo <<cioè?>>, <<cioè>> attacca subito lei <<io e te siamo uguali. Non siamo uno davanti all’altra adesso così, per caso. Siamo qui perché abbiamo deciso di affrontare tutto in due>>. Capisco. La guardo. Lei mi fissa, sorride e chiede <<proviamo a sentirci a disagio insieme?>>. Mi scappa una risata, lei evidentemente la prende come un sì, <<perfetto!>> urla, poi incrocia le gambe e si mette in posizione yoga, chiude gli occhi e comincia a sussurrare svariati <<chomp chomp chomp chomp chomp!>> muovendosi avanti e indietro.
Scema.

Andrea Abbafati