Il bicchiere di vita in questa birra di merda

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Novembre, ore 23.00. Esterno. Dal pub poco distante da noi esce musica house, dance… non so bene, non seguo il genere. So solo che fa “bum bum bum”. Ho gli occhi chiusi, mi lascio cullare dal silenzio rotto dalla musica assordante e dal sapore della birra fredda, poi c’è lei, al mio fianco. Sento la sua presenza, il suo sguardo, il suo respiro.
«Terra chiama Luna, Terra chiama Luna… Luna mi ricevi?».
Apro gli occhi. Lei mi guarda sorridente. «Ma buongiorno» dice. «Mpf», le rispondo. «Sei bloccato? Che hai?» domanda. «Niente, niente. Fa freddo» rispondo. Mi si avvicina, mi mette il braccio sinistro lungo le spalle e mi stringe a sé. «Se vuoi ci spostiamo dentro, il pub è pieno ma un posto lo troviamo sicuro» propone; «no macché, va bene qui. Adesso sento caldo» dico. Lei ride, poi poggia il bicchiere di birra quasi vuoto (o quasi pieno) sulle labbra e beve. Faccio lo stesso, anche se il mio di bicchiere è decisamente più quasi vuoto (o quasi pieno). Improvvisamente mi viene un’idea, stacco il bicchiere dalle labbra, mando giù la birra gelida e dico: «il bicchiere di vita in questa birra di merda». Lei smette di bere e mi guarda accigliata: «eh?». «Il bicchiere di vita in questa birra di merda» ripeto. Lei guarda il bicchiere poi dice: «se la birra fa schifo la finisco io… a me piace». Silenzio. «Ho avuto un’idea» dico. Lei capisce: «non farai come l’altra volta a lavoro che sei partito col furgone vuoto perché avevi capito come finire una delle tue storie eh?» e scoppia a ridere. Sbem. Colpito in pieno. Orgoglio ferito. «So che non sembra, ma non sono così rincoglionito: imparo dai miei errori» dico con una punta d’acido piuttosto evidente. «E come avresti risolto la cosa per non ritrovarti licenziato un giorno di questi?» chiede lei curiosa, col sorriso furbetto sempre stampato in faccia. «Comincio a pensare solo dopo aver caricato tutto. Niente pensieri, storie e idee dalle tre e trenta alle cinque del mattino e dalle dodici alle dodici e trenta del pomeriggio» dico. «Ottimo. E ci riesci?» chiede curiosa. «No» rispondo con amarezza, «ma ci provo con abbastanza impegno, tutti i giorni». «Non male, cowboy, non male!» esclama, mi dà un colpetto sulla spalla col pugno sinistro mentre riprende a bere la birra, che finisce. «Senti, vado a prenderne un’altra… tu la vuoi?» mi domanda. Guardo la birra, porto nuovamente il bicchiere sulle labbra e verso il contenuto in bocca, poi mando giù. «Sì, grazie» dico. «Sempre la stessa?». «Sempre la stessa». Prende il mio bicchiere vuoto e va, entra nel pub. Resto solo. Silenzio e musica. Solo silenzio e musica. Dicono che quando uno muore vede tutta la sua vita passargli davanti. Sto forse morendo? Adesso? Vedo tutto. Le mattine fredde a far colazione con lei, con gli amici. Le serate gelide a baciarsi, mezzi nudi nel parcheggio che la macchina è troppo piccola. I progetti fatti, i fogli di carta scritti. Chi se ne è andato. Chi è rimasto. Chi rimarrà. La palestra. La scuola. Il lavoro. I colleghi che ti offrono il caffè. I tatuaggi. I ‘grazie’. Le lacrime. La saliva sulle labbra. I battiti che aumentano.

I battiti che aumentano.

Apro la bocca.

Vado a tempo e parlo.

Vado a tempo.

Parlo.

Respiro forte, vado a tempo e parlo:
«Le cazzate che faresti per dimostrare ‘sta cosa ti uccideranno. I fremiti, il sudore, le notti in bianco, la musica rap nelle orecchie, le lacrime e le ansie che bruciano. I chilometri che faresti per dimostrare questo amore, i film che guarderesti per sopprimere questo orrore. La roba che scrivi, che c’hai da fa, la gente che ti dà retta. Le notti in bianco, il bicchiere di birra notturno e la corsa il giorno dopo. La puzza di polvere sotto il naso, le foto da modificare, le locandine fatte in casa con i pixel che prendono vita. Le imprecazioni, i ricordi, i curriculum sopra e sotto i copioni scritti e cestinati. La roba che scrivi, che c’hai da fa. Le notti in bianco, le lei dimenticate ma manco tanto, la tastiera vecchia che scricchiola, l’aria pesante che puzza, la guerra che fuori gioca a nascondino, la gente che ti dà retta. Il cappuccino alla mattina con gli altri, il caffè subito dopo, le gomme da masticare per dominare l’ansia, che non è precisamente ansia da prestazione. È ansia di essere all’altezza. L’ansia. I caffè, la gente che ti dà retta. Il bicchiere di vita in questa birra di merda. La roba che scrivi, che c’hai da fa, la gente che ti dà retta, il sipario vecchio che profuma di nuovo, gli occhi che ti guardano, la gente che entra e esce, la fiducia che non c’hai ma che ti danno loro. Il bicchiere di birra notturno e la corsa il giorno dopo. Il sipario vecchio che profuma di nuovo».
Silenzio. Anche la musica sembra fermarsi. Sento una presenza dietro di me. È lei.
«Dovresti bere ogni sera se l’alcol ti porta a partorire queste cose»
«No, non sempre. Oggi è una serata fortunata, forse»
«Avresti il permesso di essere licenziato tutte le volte che vuoi. Dovresti camparci con questa roba, sai?»
«Camparci? Ma mi hai visto?»
«Ti ho visto, ti ho visto. Il tuo problema è che metti radici, sempre detto io»
«Radici? In che senso?»
«Tieni, prendi la birra che ti spiego. Questo giro lo offro io» e si siede sul muretto. Intanto la musica ricomincia. Io sorseggio la birra in piedi, gli occhi su di lei, ma lei sta zitta e mi guarda, quindi mi siedo e lei comincia a parlare. «Metti radici. Ti aggrappi alle cose poi, appena queste giustamente e per natura cambiano o cessano di esistere, resti bloccato, spiazzato. Come con le tue ex. Mi hai detto che hai buttato tutti i loro regali, no?». La guardo. È una trappola? «Certo» rispondo, «ma che c’entra adesso?». «C’entra eccome, bimbo. Credi in quello che fai, ma fallo per te, non per gli altri. Per te. Punto» dice, poi beve un sorso di birra.
Ha ragione.
«Ok, allora da oggi basta festeggiare per gli obiettivi raggiunti. Hai ragione. Basta sorrisone soddisfatto, basta entusiasmo e basta restarci male per le cose quando vanno male o comunque non come vorresti» dico. Lei smette di bere. «Non hai capito una ceppa. Non dico di smettere di provare emozioni, porca vacca. Dico che dal principio devi fare una cosa per te, non per gli altri. Capito? È normale poi rimanerci male. Devi provare a non mettere radici. A sentirti libero, non legato a qualcosa o a qualcuno, altrimenti non vivi più. Le persone cambiano, gli eventi cambiano. Tutto cambia bimbo. Anche tu. Quindi perché aspettarsi l’alba di sera?» e continua a bere. Fisso la birra come uno che ha appena ricevuto una botta in faccia. Rifletto. Perché aspettarsi l’alba di sera? «Non pensarci troppo», dice, «non ci guadagni niente. Almeno stasera non pensarci. Bevi e basta, stavolta non ti faccio la paternale» dice lei. «Capirai, ‘sta birra farà sì e no cinque gradi» preciso io. «Allora non ubriacarti di birra, ma di libertà. Di silenzio. Lo senti il silenzio? Ecco. Azzera tutto. Spegni il cervello. Svuota tutto. Bevilo ‘sto bicchiere. Bevilo tutto. Vedrai che starai meglio. Com’era? “Il bicchiere di vita in questa birra di merda”» e mi bacia, poi alza il bicchiere: «cin cin!».

Andrea Abbafati

Passo la mano tra i capelli

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Passo la mano tra i capelli. Ora posso. Sono cresciuti di un bel po’ e non ho più la “boccia”. Pensa te che stupido, rasarmi a zero perché crescevano troppo velocemente e si gonfiavano, mentre ora ho ricominciato a mettermi la gelatina e ogni tanto ci ficco le mani in mezzo, nei momenti in cui ho bisogno di un contatto ravvicinato col mio cervello.
A saperlo prima che bisognava solo trovare la misura giusta: andare dal parrucchiere, farseli accorciare nei punti in cui si gonfiano come mongolfiere e via, capelli quasi normali e zero battutine sulla calvizie (che a questo punto se arriverà saprò chi incolpare).
Misure. Bastava prendere le misure. Come quando parcheggi col furgone in mezzo a due auto parcheggiate a cazzo di cane. O come quando stai allestendo uno spettacolo teatrale e con lo Staff sei lì che prendi misure per sistemare bene la scenografia, per evitare che si veda il “dietro le quinte”.
Misure. Come quelle che la gente non si dà, sparando a zero, a buffo, magari spesso quasi rischiando di (o “riuscendo a”?) rovinare la vita delle persone.
Continuo a passarmi la mano tra i capelli, più e più volte: la situazione richiede ragionamenti importanti e distrazioni interessanti e produttive.
Che faccio? Continuo così o lascio? E’ abbastanza? Ma sarà mai abbastanza? Sarò mai abbastanza? Intanto i capelli continuano a crescere, la roba da fare si accumula e il tempo diminuisce improvvisamente. I capelli crescono di più, di più e sempre di più. «Ciao, giusto una spuntatina, grazie!» e via così, daccapo, sempre più daccapo. Punto e accapo.
Punto e accapo.
Punto e accapo.
Passo la mano in mezzo ai capelli, scarico una cesta, scribacchio qualcosa. Passo la mano in mezzo ai capelli, saluto i Pupi, ripeto una battuta. Passo la mano in mezzo ai capelli, ho paura di perdere gente, tremo seduto ad un tavolino con lei che mi guarda. Passo la mano in mezzo ai capelli, porca troia troppo lunghi, «ciao, giusto una spuntatina, grazie!». Passo la mano in mezzo ai capelli, ascolto i Pupi che provano, ceno con i miei e mio fratello. Passo la mano in mezzo ai capelli, mi guardo ossessivamente allo specchio, vado a trovare i nonni. Passo la mano in mezzo ai capelli, vado a correre, non so che cazzo fare stasera. Passo la mano in mezzo ai capelli, spero di poter contare su qualcuno, penso se tatuarmi o no.
Daccapo. Punto e accapo. Punto e accapo.
Punto e accapo. Punto e accapo. Daccapo.
La situazione richiede ragionamenti importanti e distrazioni interessanti e produttive.
C’è traffico, forse un incidente, passo la mano tra i capelli: spero tutto bene.
Faccio un errore a lavoro, mi mordo le labbra, passo la mano tra i capelli: cerco di accettare di essere umano, di poter sbagliare.
Aspetto. Attendo. Mi guardo intorno. Cosa c’è che non va? Cosa c’è che va? Cosa sto facendo? Cosa posso fare? Passo la mano tra i capelli, provo a decidere, a fare una scelta.
Aspetto.
Odio aspettare. Ma aspetto.
Aspetto. Ma odio aspettare.
Odio aspettare.
Ho dormito poco, ho ancora la birra in corpo, le chat con gli amici aperte, gli occhi lucidi e stanchi, la divisa sporca addosso, l’alba che bussa alle porte. Passo la mano tra i capelli. Comincia un’altra giornata.
Metto le cuffie, ignoro tutto. Non ci sto male. Non ci sto assolutamente male. Allontano la mia sensibilità e gioco a fare il duro. L’inesperienza mi tradisce: passo la mano tra i capelli.
Silenzio.
Ripeto.
Passo la mano tra i capelli, i Pupetti svolgono un esercizio teatrale, io li guardo e sorrido, passo la mano tra i capelli, mi chiama mamma, passo la mano tra i capelli, mi scrivono qualcosa per messaggio, passo la mano tra i capelli, “chissà se mi ha risposto?”, passo la mano tra i capelli, ho sbagliato ancora ma meglio dell’ultima volta, passo la mano tra i capelli, io ci credo alla Famiglia, passo la mano tra i capelli, no dai, nessun tatuaggio, passo la mano tra i capelli, vorrei baciarla stasera, passo la mano tra i capelli, ho scritto troppo.
Sospiro. La situazione richiede ragionamenti importanti e distrazioni interessanti e produttive.
Sorrido.
Bisogna prendere misure.
Passo la mano tra i capelli.
«Mo ce pensa Andrea».

Andrea Abbafati

Di barche, di promesse, di capelli sciolti

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«Oh»
«Eh»
«Vedi che faccio ritardo»
«”Buon anno!”»
«Anche a te».
Sospira. Si sente la rassegnazione che attraversa la rete telefonica.
«Sei un idiota» dice. «Grazie» rispondo. «Ti sto aspettando da mezz’ora in piazza. Fa un freddo bestia. Dove sei?» chiede.
Domanda sbagliata. Domanda sbagliatissima.
«A casa».
Silenzio. «A casa? Che vuol dire che sei a casa?». Sospiro. «Sì. Sono a casa. Seduto in camera. In mutande». Di nuovo silenzio. «Sei a casa, seduto in camera, in mutande?» ripete domandando più a sé stessa che a me. «Sì» dico io. «Mea culpa» aggiungo.
Silenzio. Mamma mia quanti silenzi.
«Non dici niente?» chiedo. «Meglio per te che non dica niente, fidati». Sogghigno, lei mi sente. «Che ridi, cretino?». «Non sto ridendo… sto sogghignando. Comunque scusa, davvero. Dammi dieci minuti e arrivo». «Dieci minuti e arrivi?». «Sì, il tempo di fare una doccia e sono da te. Va beh, forse più di dieci minuti…». Silenzio.
«Ancora con questi silenzi… ho avuto un problema, ok? Ti chiedo scusa». «Che problema hai avuto? Roba grave?» chiede lei improvvisamente preoccupata. Penso. Roba grave? «Non lo so. Forse sì, forse no. Pensavo». «Pensavi». «Pensavo, sì».
Silenzio.
«Beh, anch’io pensavo» dice. «A cosa?» chiedo. «A quanti schiaffi ti prenderai prima della mezzanotte» taglia corto.
Brividi. Silenzio. Brividi di silenzio.
«Ci tengo a te» dico io. «Non mi compri con le smancerie questa volta. Buffone» dice lei.
Sorrido.
Prendo fiato.
Parto.
«Pensavo a quest’anno che è passato. A me. A te. A noi. Poi di nuovo a te. Pensavo a quanto bella sei, alle persone che ho perso, a quelle che ho incontrato. Pensavo a questa roba qua… e mentre ci pensavo mi sono seduto e sono rimasto così tipo per un’ora. Ti chiedi mai se facciamo abbastanza? Non voglio attaccare un pippone ma… davvero, facciamo abbastanza secondo te? La gente si accorge che esistiamo? Che facciamo cose? Che ci amiamo… che ci vogliamo bene? La gente capisce il senso delle nostre cose? Braccialetti… tatuaggi… sguardi… foto… sacrifici… chili in meno… chili in più… rancori… la gente capisce tutto questo o semplicemente chiude gli occhi e scappa? Se sì, se no… che senso ha tutta questa matassa di roba sensata o meno?».
Prendo fiato nuovamente ma lei mi interrompe prima di iniziare a parlare. «Fermo» dice. «Ho capito». Pausa. «Ho capito tutto».
Sorrido.
Prende fiato.
«Non me ne frega niente della gente. Quello che faccio lo faccio perché fa stare bene me e chi amo. Tatuaggi, braccialetti, collane, capelli sciolti, capelli legati, mezz’ora ad aspettare in piazza…» (pausa punitiva) «…tutto questo ha senso per me. Cosa deve capire la gente? Che mi vedo brutta? Che mi vedo bella? Che tengo a te? Che fa freddo e voglio abbracciare qualcuno? Cosa devo spiegare, alla gente? Chi salta dalla barca ha un motivo, una destinazione ed è un vincente per questo, anche se abbandona la nave. Chi resta, lo fa perché ha trovato casa, perché sta bene, perché ha trovato un motivo per non saltare giù. Ha trovato un motivo per rinunciare alla libertà di andarsene».
Tutto chiaro. Come sempre. Come ogni volta che parla lei.
«E adesso porca la vacca, vienimi a prendere che fa freddo, mannaggia a me e a quando sono puntuale!» sclera.
Sorrido. Scoppio a ridere. «E’ vero» dico, «ho freddo anch’io». «E ti credo! Sei in mutande, deficiente!». Scoppiamo a ridere insieme.
«Oh»
«Eh»
«Arrivo. Facciamo mezz’ora, ok?»
«Ok»
«Prepara gli schiaffi»
«Non c’è bisogno di ricordarmelo»
Rido.
«Arrivo»
«Ti aspetto»

Andrea Abbafati

SOS

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L’una di notte. Probabilmente sto facendo la cazzata più insensata della mia intera vita ma poco importa. La faccio. Voglio farla.
Sto per spegnere l’auto ma improvvisamente dallo stereo parte una canzone rap strana, mai ascoltata prima. Ne seguo attentamente il testo… riesce a coinvolgermi, mi ispira e subito vorrei tornare a casa a scrivere per sfogarmi un po’ ma penso che qui ci sei tu, quindi resto. Mentre aspetto che finisca la canzone ecco che incomincia a pioviccicare. Le gocce scorrono lentamente sui finestrini dell’auto come volessero dirmi qualcosa, esortarmi a tornarmene a casa o a scendere dalla macchina.

La canzone finisce.

Spengo la macchina.

Apro lo sportello.

Esco.

Non piove forte ma fa un freddo cane. Esce vapore ad ogni pensiero che faccio. Sono praticamente una vaporiera.
La casa è lì davanti a me ma è tutto spento, anche le luci della sua camera.
Vai, si comincia.
Come nei libri che piacciono alle ragazze. Come nei film smielati che odio.

Mi chino.

Prendo un sassolino.

Lo lancio contro la sua finestra.

Tic.

Niente.

Di nuovo.

Tic.

Niente, di nuovo.

Di nuovo, di nuovo.

Toc.

«Quanto sei carino».

Sobbalzo.
Mi volto.
Lei è dietro di me, appena uscita da un cespuglio, come nei cartoni animati che amavo da ragazzino.
Il mio orgoglio si frantuma e la vergogna comincia a salire che è un piacere. «Che ci fai qua fuori?» riesco a balbettare. Improvvisamente, il caldo. «Stavo venendo da te» risponde lei. Eh? «Eh? In che senso?» chiedo io. «Stavo venendo da te a tirarti sassi alla finestra. Ammetto però che li avrei scelti un po’ più grossi dei tuoi…» risponde, poi sbotta a ridere e mi salta addosso abbracciandomi. «Ferma» insisto, «veramente stavi venendo da me? E perché?». Lei si stacca e mi guarda con un sorrisetto beffardo. «Perché no?». La guardo, lei continua a ridere. Tutto questo è umiliante. «Volevo farti una sorpresa» butto lì, «e avevo bisogno di te». «Avevi?» chiede, «ho» rispondo. Mi abbraccia di nuovo poi avvicina le sue labbra al mio orecchio sinistro e «tutto questo è molto romantico, carino» e scoppia a ridere di nuovo. E’ tutta una risata oggi. «Comunque piove» le dico, mentre la vergogna pian piano cala di intensità, «se restiamo qui ti bagni dalla testa ai piedi». Silenzio. Improvvisamente si blocca e mi fissa sbalordita. Passa qualche secondo, poi… si siede. La guardo confuso. «Che fai?» chiedo, ma lei non risponde quindi mi siedo al suo fianco e le poggio una mano sulla gamba. «Beh?» domando. Finalmente mi guarda, con le gocce d’acqua che le cadono dai capelli: «sono molto delusa. Davvero». Silenzio. «E’ da quando ci conosciamo che ti rompo le palle sul fatto che si fanno le cose in due… e ora?». Continuo a guardarla intontito senza capirci nulla. Lei capisce che non capisco quindi sbuffa e «mi bagno dalla testa ai piedi?» chiede, «mi?». Capisco. «Ci» mi corregge, «ci bagniamo! Perché “mi”? Tu sei impermeabile? Uff!». Uff. «Quando sbuffi così sembri un personaggio dei cartoni animati» le dico e subito lei comincia a prendermi a cazzotti alternandoli a minacce varie tipo “adesso ti faccio vedere io” e “ti graffio gli sportelli della macchina se mi paragoni nuovamente ad un cartone animato”. Poi si calma. Restiamo per un po’ in silenzio ad ascoltare il rumore della pioggia che ci bagna mentre il vapore che esce dalle nostre bocche fa disegni astratti per aria per poi sparire nel nulla.
«Comunque era un complimento» le spiego, «somigliare ad un cartone animato dico, era un complimento. Nel senso, sei buffa quando sbuffi in quel modo». Non l’avessi mai fatto. Mi guarda. La guardo. «Hai il naso grosso» sbotta improvvisamente. Sorrido. «Non hai nemmeno i capelli» aggiunge. Continuo a sorridere. «E poi sei anche stupido» conclude. Scoppio a ridere. «Lo sai che non mi scalfisci minimamente, vero? Sei troppo innocente per ferirmi a parole. E sai anche che i capelli me li rado, stupida» le spiego e subito lei trattiene il respiro, si morde le labbra e… «hai ragione. Non so offenderti. Hai perfettamente ragione». Mi rilasso. Ha gettato la spugna. Finalmente possiamo stare tranquilli.
«Non riesci nemmeno a fare una sorpresa che subito vieni sgamato».
SBEM. Lampo a ciel sereno. «Sei una stronza» dico. «Lo so» risponde lei.
Silenzio. La guardo. Mi guarda. Scoppiamo a ridere. «Ho vinto io!» dice lei tutta contenta. Sì, hai vinto tu, bella mia. Vinci sempre tu.
«Ha smesso di piovere» mi fa notare e subito si accovaccia a me, «se domani avremo la bronchite sarà esclusivamente colpa tua» continua sorridendo. «Comunque, come mai questa sassaiola? A cosa devo il piacere?» mi domanda mentre mi stringe forte a sé. «Diciamo che era un SOS». «Un SOS? Addirittura?». «Sì. Un SOS bello potente» concludo. Sì, un SOS veramente bello potente. Lei mi stringe sempre più forte. «Spara allora» dice, poi resta in attesa pronta ad ascoltare. Respiro. Mi avvicino lentamente a lei, poi… «BANG!». Stavolta è lei a sobbalzare, «sei veramente un cretino! Stupido! Stai facendo di tutto per allungare il brodo e tenermi appesa alle tue labbra… sei più noioso della tua serie tv sugli zombie preferita che ormai fa puntate di cinquanta minuti basate su colpi di scena inesistenti!» e ricomincia a prendermi a cazzotti. Io rido. Lei ride. Ricomincia a piovere. «Sono venuto perché amo abbracciarti e in una situazione di pericolo o di indecisione penso immediatamente a questo. Al fatto che amo abbracciarti» dico mentre la pioggia cerca di coprire le mie parole, quindi alzo leggermente la voce fregandomene del fatto che ormai si son fatte le due. «Ho una domanda da farti» annuncio e subito lei mi concede la sua attenzione alzando il sopracciglio: «spara» dice, «NO! Non farlo! Dimmi… DIMMI!» si corregge subito e io faccio veramente fatica a trattenere la risata per quanto è bella, ma il momento è serio: «non hai mai la paura improvvisa di restare da sola? Non pensi mai che magari un giorno ti sveglierai e ci sarai solo tu? Senza me… senza le persone che ti hanno accompagnata fino ad oggi… tu. Solo tu». Silenzio. Riflette. «Sola tipo come in una di quelle storie apocalittiche che piacciono tanto a te?» chiede. «Sì, anche» rispondo io, «più o meno dai. Facciamo che ti svegli sola, ma con la gente attorno. Cioè io ci sono, anche i tuoi amici… ma l’affetto che ci contraddistingueva no. Sei sola. Scopri improvvisamente di aver lottato per creare qualcosa ed essere stata l’unica a crederci e a volerla portare avanti davvero». La sento che pensa per qualche secondo poi fa una smorfia disgustata: «brutto» mormora. «Brutto sì» concordo, poi la stringo sempre più forte. «Beh… partendo dal fatto che se credo in qualcosa la porto avanti comunque… capita di restare da soli. E’ capitato, sta capitando e capiterà. Ma una volta presa una strada si deve proseguire, quindi se proprio mi ritroverò da sola vorrà dire che lotterò per sopravvivere come ho sempre fatto» spiega. «Sta alla base di tutto, no? Fa sicuramente paura… ma fa parte dell’animo umano. Ad un certo punto secondo me bisogna diventare egoisti, pensare prima a sé stessi e andare avanti, altrimenti si muore da soli. E deve essere veramente brutto morire da soli». Rifletto su ciò che ha appena detto mentre prende fiato e continua: «non so cosa ti sia successo ma se vuoi puoi approfittare del fatto di non essere solo e di avere me al tuo fianco» dice mentre mi stringe con una forza inaudita, «so quanta passione metti in tutto quello che fai… sei tale e quale a me, per questo ci prendiamo così bene. Pensiamo che tutti la pensino come noi. Siamo convinti che tutti siano disposti a sacrifici immensi per portare avanti la causa e restiamo sempre a bocca aperta come dei fessi quando scopriamo a nostre spese che non è così». La ascolto con attenzione e mi ritrovo nella descrizione: un fesso a bocca aperta. Mi ha capito. Mi capisce da sempre. Lei c’è e prende nuovamente fiato come se dovesse immergersi dentro di me per scovare la radice del problema: «potrai venire tutte le notti alla stessa ora qui e lanciarmi massi contro il vetro ma io sarò saltata fuori dalla finestra prima del tuo arrivo ogni volta, perché ti capisco. Perché non sto mai ferma ad aspettare, proprio come te. Siamo simili. Mai immobili. Neanche adesso: seduti su un prato sotto la pioggia, eppure mai stati così in movimento come ora. Ecco perché ti capisco: siamo soldati nella stessa guerra. Ci puliamo le ferite insieme perché sappiamo che se non ci medichiamo tra di noi siamo belli che spacciati».

Penso. Lei mi guarda. Io penso e lei mi guarda.

«Dove t’ho trovata?» domando. Lei ride. «Se non la smetti di fare il fesso ti lancio un sasso in faccia». La delicatezza. «Allora? Soddisfatto della risposta?» chiede. «Assolutamente. Un SOS magnifico» rispondo, «grazie. Davvero».  Silenzio. Lei solitamente odia i miei grazie ma questa volta non sembra voler dire nulla. Restiamo a guardarci in silenzio forse per ore, magari per qualche minuto, poi lei si alza, io faccio altrettanto, ci guardiamo, ci abbracciamo e da così, abbracciati, lei improvvisamente mi sussurra all’orecchio, con la sicurezza di chi c’è: «di niente, soldato».

Andrea Abbafati

Autoritratto (storia di una virgola)

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Bip bip. Bip bip. Bip bip. Bip–
Spegni la sveglia impostata al cellulare. L’ottava. Oggi è giorno di riposo. Oggi ti riposi.
La mente allenata a svegliarsi automaticamente alle tre e trenta del mattino, gli occhi che esplorano la stanza bagnata dal poco sole coperto dalle nuvole e la gola secca che non emette suoni.
«Ehm, ehm» provi a buttar giù. Bene. Le corde vocali sembrano rispondere. Tutto si muove, tutto funziona. Vivo anche oggi, metti i piedi giù dal letto. E’ tardi. E’ sempre tardi, anche se non hai nulla da fare per una volta. Per un giorno.
Nella stanza il disordine. Il portatile scarico, la batteria da cambiare, il carica batterie ancora attaccato alla presa elettrica, fogli sparsi sulla scrivania e fumetti ossessivamente posti in ordine numerico che appesantiscono le mensole di legno vecchie e coperte da pagine di mensili doppioni.
Ti rechi in bagno, apri l’acqua, ti sciacqui la faccia e ti guardi allo specchio. Barba incolta, capelli rasati, ciglia troppo grandi e un naso che sembra rotto ma che piace molto a molte. Le “mani da pianista”, come le ha sempre chiamate tua nonna ti carezzano il volto. Tale e quale ad ora. Sei tale e quale ad ora. Identico, spiccicato a come sei ora. Va tutto bene. In sala i tuoi si scambiano qualche battuta, ridono. Tuo fratello ti saluta con un cenno della testa. I nonni, di sotto, sono svegli dalle sei di mattina. Il cane ha fame e scodinzola davanti la porta. Fuori fa freddo, è novembre, manca poco a Natale. Tu, ancora in mutande, continui a guardarti allo specchio. Guardi il tuo corpo che cambia, che finalmente ti piace e che hai paura di veder rovinato, di nuovo. E pensi al passato. A ciò che è stato. A tutto quello che ti ha permesso di essere quello che sei ora.
Ti vesti. Fai colazione. Esci.
Fa freddo. Dalla bocca esce vapore misto a pensieri. Il tempo di un caffè e subito riesci a gestire la paranoie: ormai sei allenato. Hai parcheggiato l’auto lontano, così puoi passare del tempo con te stesso, camminando piano. E quanti saluti, quante strette di mano. Quante persone che a causa del tuo nome e cognome ti confondono per un altro.
La piazza è vuota, di questi tempi meglio stare a casa a passare il tempo libero. Qualche locandina affissa ti ricorda che è tempo di spettacolo. Il teatro forte, speranzoso, ricco di sogni e idee che non muore mai.
Ieri sera hai finito un fumetto nuovo e visto una puntata della tua serie tv preferita. Alimenti spesso il tuo cervello con storie scritte e raccontate da altri… il paradosso di chi scrive: per riposare e cercare l’ispirazione ci si nutre dei racconti urlati a squarciagola nel freddo vento invernale.
«Ciao bello, caffè al vetro o in tazza?» chiede la barista che non rispecchia assolutamente la ragazza dei tuoi sogni, quindi neanche ci provi. «Tazza, grazie» rispondi tu, poi «potrei avere il dolcificante al posto dello zucchero?». La linea è importante. Un caffè veloce accompagnato da qualche chiacchiera interessante spiccata da un chiacchiericcio noioso. Iniziano così le storie migliori. Finito il caffè paghi ed esci dal bar. La piazza continua ad essere vuota. Cammini. Decidi di attraversare sulle strisce pedonali e subito un signore che sembra aver fretta si ferma con l’auto e ti fa passare. Ringrazi. Lui sorride, poi riparte altrettanto di fretta. Passa una signora con le buste della spesa, si incrociano i vostri sguardi. Stavolta sei tu a sorridere, lei ricambia e abbassa la testa. Si vergogna? E’ davvero così intimo un saluto, di questi tempi? Più intimo della nudità?
Improvvisamente, un peso. Scansi leggermente la felpa che hai addosso e ricordi di avere al collo due collane. Pesano. Il peso dei sogni che si sente di più quando hai la testa vuota, rilassata, quando sei distratto. Il peso che ti ricorda che non si è mai da soli, una volta dato il via a qualcosa.
Acceleri il passo e ti ritrovi da solo, in mezzo ad una stradina.

Silenzio.

Respiri. Non hai paura.

Poi, da un vicoletto lì vicino, spunta una ragazzetta che dimostra quattordici, quindici anni. Canticchia tra sé. Si ferma un attimo, ti guarda, smette di cantare. I suoi enormi occhi marroni ti scrutano silenziosamente. Ha i capelli arruffatissimi e tra un capello e l’altro ti sembra di vedere un sogno incastrato che ancora non è riuscito a spiccare il volo. Avrà il suo tempo. Prima o poi riuscirà a districarsi da quei lunghi capelli e volerà lontano, ne sei sicuro e vorresti dirglielo ma lei, ancora concentrata su di te, ti precede disegnando sul suo viso con il pennarello dell’innocenza un sorriso sgargiante, pieno di luce. E’ già agosto?
E via. La piccola sognatrice continua il suo canto immersa tra i vicoletti di questo paese silenzioso. La guardi uscire dal tuo campo visivo canticchiando e saltellando, mentre tutt’attorno nulla è più grigio. Tutto è salvato.
Torni a casa. O meglio, prima torni alla macchina, poi torni a casa. E’ tardi. Vai in bagno e ti guardi allo specchio: le pupille dilatate come se avessi assunto qualche droga, le mani raggrinzite a causa del freddo, il cuore ben coperto e al caldo così come lo stomaco, in subbuglio. Sorridi. «Che poi, ti affanni tanto a cercare un motivo, un perché, quando basta stringere forti i pugni» dice il tizio allo specchio. Ha più capelli, qualche anno meno di te, meno esperienza, il naso che sembra rotto. «Ti fai trasportare troppo. Respira. Sii calmo. Non puoi salvare il mondo» continua. «Non posso salvare il mondo?» sussurri, sorpreso. «E allora che ci sto a fare?». «Fai parte della storia» dice lui. «Sei la virgola che se messa al posto giusto può dar senso alla frase». Sorride, «e ti prego… fai bella figura. La grammatica è importante» e se ne va. Lo specchio resta vuoto. Capisci. Anche il vuoto ha una storia. Anche le assenze portano avanti il racconto, per quanto male possano fare.
Le collane improvvisamente sembrano bruciare: una rappresenta un tornado, l’altra la libertà. Le stringi talmente forte che quasi le mani iniziano a sanguinare. Via dallo specchio, il riflesso non serve. Apri un’anta dell’armadio e ne tiri fuori un mantello rosso sgargiante che indossi immediatamente. Salvare il mondo magari no, ma nessuno ha detto che tu non possa essere un supereroe, giusto?
Nessuna maschera, trasparente come pochi, pugni ben stretti e gambe pronte a scattare. T’aspetta il mondo. Una storia da raccontare. Un falò e tutti attorno, per proteggersi l’un l’altro.
Il mondo no, non riuscirai a salvarlo… ma sorridi ugualmente, deciso, pronto.
Con coraggio, paura, dedizione e timore, farai sicuramente il possibile per far finire la storia nel miglior modo possibile, sfruttando tutto il potere che ti è concesso.

Finalmente un motivo. Finalmente un perché.

Riuscirai in tutto, virgola.

Andrea Abbafati

Di zombie, di infetti, di apocalissi varie

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«Ieri ho visto un film horror sugli zombie».
D’un tratto la luce. C’era troppo silenzio. Stare seduti su di un muretto e starsene zitti zitti dopo un po’ annoia.
La guardo. «Che film era?» chiedo. «Non chiedermelo, non ne ho idea. Ma erano zombie strani. Cioè, correvano». Sorrido e, dall’alto della mia conoscenza del tema, spiego: «allora non erano zombie. Erano infetti». «Infetti?». «Infetti, sì». Lei mi guarda confusa. «Che cambia?» chiede. Sbuffo. «Mi ritengo offeso. Non conoscere una differenza così importante…», «senti scemo lo so che ami gli zombie, ma io sono ignorante in materia quindi o me lo dici o non me ne frega più niente!». La amo quando fa così. E anche quando non fa così. «Va bene, stop, calma. La differenza è semplice. Gli infetti corrono, hanno comportamenti quasi umani. Sono decisamente intelligenti. Sono forti. Gli zombie invece… beh, sono stupidi. Barcollano. Sono molto pericolosi in gruppo, nelle cosiddette orde. Entrambi però sfruttano l’udito per cercare le proprie “prede” ed entrambi trasmettono l’infezione attraverso il morso e in alcuni casi anche tramite sangue e saliva infetti». Mi guarda, sorride disgustata. «La tua passione per questa roba non l’ho mai realmente capita». Sorride di nuovo. «Cosa ti piace di tutto questo? Dell’apocalisse zombie… della sopravvivenza… cosa c’è di bello in questo genere di cose?». Mi schiarisco la voce. «Il cambiamento». Non capisce ma non vuole ammetterlo. Aspetta che mi spieghi meglio. «Nei film, nelle serie tv, nei fumetti, nei libri che parlano di questa roba… i personaggi cambiano. Finiscono con il dimostrare a tutti e soprattutto a sé stessi chi sono realmente. Coraggio, paura, nostalgia, amore, odio. Esce tutto fuori e gli zombie, gli infetti, finiscono con il diventare uno sfondo, un’allegra festicciola da evitare. Questo mi piace. I morti viventi finiscono con il far allontanare le persone cattive e unire chi vuole sopravvivere. Da soli si muore. In gruppo si prova ad andare avanti. Si formano delle comunità e finalmente si comincia a capire cosa significhi veramente vivere insieme quando si ha un nemico comune e delle regole importanti da rispettare». Silenzio. Pensa. «Mh» sussurra. «Ho capito». Meno male. «Mi piace quando la gente si aiuta» continuo, «e in situazioni terribili, dove la speranza sembra esser morta, si crea sempre un certo feeling, una sorta di collaborazione che finisce sempre per portare frutti. Dovremmo solamente provare a collaborare tutti quanti insieme prima che qualche zombie/infetto cominci a scorrazzare per le strade. Tutto qua». Sorride. «Quindi impazzisci per le storie zombie» dice. «Assolutamente» esclamo io.
Porca vacca, mi sa che s’aspettava una cosa tipo “assolutamente. Ma mi piaci più tu ovviamente, bambola!”.
Mh.
«E per te. Impazzisco soprattutto per te» aggiungo, ma mi parte l’esagerazione poetica e via, parto convintissimo: «tipo che io e te siamo sopravvissuti ad un’apocalisse zombie devastante, gli unici rimasti vivi in tutto il mondo». Esagera, cacchio, esagera! «E tu mi hai salvato. Altrimenti sarei diventato uno zombie pure io e mica mi sarebbe piaciuta ‘sta cosa».
Mi guarda, i suoi occhi mi scrutano attentamente. Sembra convinta.
«Forte!» esclama.
SBEM.
Conquistata.

Andrea Abbafati

Pausa

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Sono le sei e fa freddo. La notte se ne sta andando e io ogni tanto mi ritrovo a pensare a te alternando i tuoi occhi a qualche battuta del copione nuovo che sto studiando. Ne son successi di casini ultimamente, ma sono rilassato. Tranquillo. L’atmosfera mi aiuta.
Sono sul furgone, sto lavorando. Dallo stereo esce musica rap direttamente dalla mia pennetta USB… roba troppo confusionaria per una mattina così. Stacco e imposto lo stereo su ‘radio’. Stanno passando un tormentone estivo. Meglio di niente.
Sul sedile del passeggero fa la sua bella presenza una raccolta di testi teatrali di Benni tra i quali fa capolino prepotentemente “Il Dottor Divago”, uno dei miei pezzi preferiti. Ecco, mi sento come lui in questo preciso istante. Solo che no, fuori non piove. Ma tu non ci sei.
Potrei chiamarti ma già so cosa mi diresti: «ehi», e io «ehi. Scusami se ti ho svegliata» e tu mentiresti spudoratamente «ma scherzi. Ero sveglia». Piccola bugiarda tradita dalla tua stessa voce assonnata. Ma nonostante il sonno di entrambi staremmo le ore a sentirci respirare, io che ogni tanto scendo e risalgo dal furgone e tu sempre lì, in attesa. Perché è questo che fai: attendi.

Ma non ti chiamo.

Perché non sarebbe giusto.

Perché non vorresti ascoltarmi. O forse sì.

E poi devo lavorare.

Gli occhi mi cadono su un’alba spettacolare ma non riesco a fotografarla in tempo. Dai, lo sai che non uso il cellulare mentre guido. E’ pericoloso. Quindi mi fermo in un piazzale vuoto e scatto una foto ad un altro pezzetto di alba assolutamente diverso da quello di prima ma comunque bello. Potrei tornare indietro e fotografare quel tratto meraviglioso che come un dipinto mi ha accecato gli occhi ma sarebbe un’incoerenza pazzesca ed imperdonabile. Ho scattato una foto per te, che mi hai insegnato a non guardarmi indietro, ad apprezzare quello che ho adesso… non avrebbe senso tornare indietro per immortalare qualcosa che reputo più bello. Va bene così. Ci accontentiamo di questo pezzo di alba oggi, ok?
Metto in moto nuovamente il furgone e mi rimetto in cammino. Avevo lasciato il volume della radio a palla e quindi mi prende quasi un colpo quando la nuova canzone trasmessa parte in modo violentissimo. Che spavento! Penso a come avresti reagito tu, cominciando a dare piccoli calci a terra come una bambina arrabbiata perché una piccola paura improvvisa le ha buttato a terra l’elmetto da guerriera, e sorrido. «Che ridi, scemo?!» mi urleresti tu, «niente!» risponderei io e continuerei a guidare trattenendo la risata più grande del mondo.
Pausa. Ecco. Questa mattinata la chiamerò “Pausa”. Pausa a tutto e da tutti. Pausa da te, ti lascio dormire. Per questa volta mi accontento di immaginarti ma domani ti chiamo sicuro. Alle quattro. Domani ti chiamo alle quattro, appena sveglio. Sai che meraviglia? Entrambi assonnati, rincoglioniti dal sonno ma felici di sentirci. Probabilmente.
Pausa. Oggi sono in pausa. Spengo lo stereo. Si sente qualche grillo che canticchia fuori, mentre il furgone sfreccia piano per le strade. Si, piano. Dai, lo sai che non corro per strada. E’ pericoloso.
Pausa. Oggi metto in pausa. Il rumore. L’amore. La rabbia. Il rancore. I dibattiti. Lo stomaco che fa male. La dieta. Il senso di colpa per averla già infranta ieri, la dieta. Il mal di testa. Oggi metto in pausa anche lo studio del copione.
Squilla il telefono. Sei tu.
«Ehi scemo! A che punto stai?». “Ancora in alto mare bella mia. Non sono nemmeno a metà giro” dovrei dire, «buongiorno bella mia! Quasi a metà giro. Come mai già sveglia?» chiedo. Mi hai insegnato tu a guardare sempre positivo. «Ho dormito una merda». “Linguaggio!”, «linguaggio!». «Dai, ci manchi solo tu che mi fai la predica di prima mattina! Volevo solo sentirti, penso che andrò a farmi una doccia». “Lava via ogni cosa, bella mia. Tranne me”. «Perfetto. Ci sentiamo quando finisco, ok? Colazione insieme?» propongo. «Colazione insieme!» ripete lei, poi mette giù.
Pausa. Oggi sono in pausa. Non esiste niente, solo la strada. E la percorrerò tutta, fino alla mia destinazione.
Pausa. Oggi metto in pausa. Oggi vado piano, mi concedo un respiro in più. Accendo di nuovo la radio, stanno passando la pubblicità. Sorrido.
Pausa. Oggi pausa. Tutto tranquillo. So per certo che stavolta sì, stavolta andrà tutto bene.

 

Andrea Abbafati

Occhi sporchi

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«Tu hai gli occhi sporchi» dice.
«Eh?». “Eh?” è l’unica cosa che mi viene in mente per rispondere ad un’affermazione del genere.
«Hai gli occhi sporchi», ripetere tecnicamente non varrebbe, ma lei può. «P-può da-può darsi» balbetto, poi continuo ad osservarla. «Sai» dice lei «se hai gli occhi sporchi ti sembra tutto sporco». Silenzio. «Andrebbero puliti quegli occhietti». “Occhietti”: uno dei termini che odio di più al mondo, mi immagino sempre un volto enorme con due occhi minuscoli, quasi inesistenti… l’orrore… ma la sua voce ha l’incredibile potere di trasformare le cose schifose in quasi belle e allora sì, ho “gli occhietti”. «Beh… non so che dirti» butto là e lei subito, quasi avesse la risposta pronta «non sai che dire perché non vedi bene. Se hai gli occhi sporchi non vedi tutto nella sua forma, automaticamente non sai commentare, descrivere, parlare, vivere». Si alza. «Bisogna pulire quegli occhietti» dice, poi mi si avvicina, io ancora seduto la osservo. «E come?» chiedo, quasi temendo la risposta. «Chiudendoli un po’» dice lei. «Facendoli riposare. Li usi troppo. Stai troppo attento ai dettagli, li fai girare spesso. Vortici di curiosità. Ci pulisci gli angoli, con quegli occhi. Che pretendi poi? Che non siano sporchi?». Continuo a guardarla. Lei in piedi, bella, io seduto sul muretto, capelli rasati che tutti scambiano per calvizie e una bella miopia che mi fa vedere le cose in modo distorto. “Hai gli occhi sporchi” ed è subito chiarezza. Tutto è chiaro. Tutto si vede meglio. «Hai ragione. Di nuovo» dico, lei sorride presuntuosa. «E che t’aspettavi?» fa, poi si inginocchia sul muretto e mi abbraccia. Io la stringo più forte che posso e me ne esco con una frase che raramente dico: «mi aiuti a pulirli, ‘sti occhi?». Mi guarda. Ha lo sguardo pulito. Lo sguardo che pulisce. Le orecchie che ascoltano. Le labbra sincere, pronte a salvare. I capelli lunghi, che riscaldano e profumano di buono. Lentamente, le sue labbra si aprono ed esce la salvezza: «certo, piccolé».

Andrea Abbafati

«Tu non hai paura?»

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«Non hai paura?» mi chiede guardandomi negli occhi. Non vorrei esagerare ma è forse la prima volta che mi guarda così. Sembra quasi spaventata. «Certo» rispondo, «guardami bene, guarda la mia faccia… ti sembro uno che non ha paura?». Sorride. «Perché, comunque?» chiedo, lei risponde subito «beh, fa sempre piacere sapere di non essere i soli ad aver paura. Se fossimo costretti… voglio dire… se ci trovassimo a dover affrontare anche il terrore da soli… beh, sarebbe un casotto no?». Un “casotto”. Sorvolo. «Sì. Sarebbe un… casotto. Sì».
La guardo bene. I suoi sorrisi sono forzati, la faccia stanca, le mani quasi tremano. Improvvisamente guarda in alto. «Sai» dice, «alla fine non sappiamo davvero niente del mondo in cui viviamo».
Silenzio religioso. Ha ragione, lo riconosco. Ma d’altronde lei ha sempre ragione.
«Non facciamo altro che dirci “va così”, “è così che deve andare”. Poi basta, buio, fine, game over. Ai matrimoni applaudiamo, ai funerali pure. Cambia solo l’emotività. Per il resto è tutto uguale. Stessi gesti. Cambiano gli sguardi. I respiri. L’odore». Abbassa la testa. «Passiamo le giornate a sperare che vada tutto bene. Preghiamo affinché qualcuno possa dirci “non sei inutile, sei importante per me!”. Ci accontentiamo delle solite frasi fatte». Ora mi guarda. Mi sta guardando. «A te sta bene?», mi domanda. Ci penso su. A me sta bene? Trattengo il fiato, poi butto lì: «porca vacca, no!». Sorride. «A me non sta bene affatto. Infatti la battaglia è ancora in corso» dico. Lei continua a fissarmi, stavolta incuriosita. «Che battaglia? Che vuoi dire?». «Voglio dire che stiamo combattendo. Una guerra vera. E non è una di quelle cose che piacciono a me per la sopravvivenza… zombie, apocalisse, cose così… no. E’ una guerra brutta, vera, che miete vittime tutti i giorni. Ogni mattina ci alziamo con indosso già l’armatura, ma raramente ce ne accorgiamo». Continua a fissarmi, apre leggermente la bocca come per parlare ma io la blocco subito: «sì» dico, «non preoccuparti. Io e te lottiamo fianco a fianco, in questa guerra». Le sorrido. Mi sorride. «Grazie» dice. «Grazie di che?» le chiedo. «Di aver paura insieme» mi risponde.
Mi abbraccia.

Andrea Abbafati

Rosso

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Ha tipo appena piovuto e la strada è bagnata, stamattina ho lavato il furgone con cui lavoro e ovviamente oggi il tempo ha deciso di far piovere, tipo quando decidi di uscire a maniche corte a settembre e improvvisamente diventa dicembre così di botto.
Sto fermo in attesa che il semaforo diventi verde e mi passano in mente dei pensieri, come sempre. Davanti ho l’autobotte dell’Acea che mi rallenta il giro e mentre mi preparo a togliere il freno a mano e mettere la prima mi guardo attorno: un sacco di gente, un sacco d’aria, un sacco di luci (ma è già Natale?), un sacco d’ansia, un sacco di tutto. Il mio sguardo torna sul semaforo: ancora rosso… ormai sembra passata un’infinità, ma è ancora dannatamente rosso. Mi mancano solo tre consegne e poi me ne torno a casa, posso aspettare e portare pazienza, in silenzio.
Passano un sacco di belle ragazze, ma nessuna c’ha il sorriso tuo. Che culo. Certe volte penso che amare, o almeno cercare di farlo, sia umano, istintivo: un’azione che la nostra anima fa per proteggersi… d’altronde, chi può sopravvivere da solo?
“Gli occhi sono due per diventare quattro e la bocca è una per diventare due!”. Mh. Non è colpa mia, è l’attesa che fa diventare scemi.
A tal proposito guardo di nuovo il semaforo: rosso.
Prendo il cellulare, attivo la connessione dati per mandare qualche messaggio ma la prima cosa che faccio è vedere se mi hai scritto e ovviamente non mi hai scritto quindi spengo la connessione dati poso il cellulare e comincio a ripetermi a mente qualche pezzo di copione giusto per mantenere attivo il cervello, solo che la cosa è talmente potente che non si limita alla mente e via anche di voce ma sforzo troppo, tossisco, lancio qualche imprecazione (a mente però) e guardo di nuovo il semaforo.
Rosso.
Non ho mai odiato così tanto un colore in vita mia. E pure l’autobotte dell’Acea è ad alto rischio odio tanto che vedo già del vapore acqueo che esce dai finestrini. Scherzo.
Penso che ti penso e che sono talmente ridicolo nel pensarti che quasi quasi continuo a ripassare la cazzo di parte così una parte di me potrà distrarsi e rilassarsi. Forse.
Rosso.
Cerco di non guardare il semaforo. Spesso il tempo più lo attendi e più si fa attendere.
Rosso.
Niente, quel dannato colore continua ad attirare il mio sguardo e allora decido che vaffanculo, mi ripeto l’intero copione a memoria. Nah, non funziona. Forse dovrei spegnere il motore. Forse è rotto il semaforo. Forse è la dannata autobotte. Nah.
Rosso.
Penso che appena tornerò a casa dovrò scrivere qualcosa sul colore rosso, o sul semaforo, o sull’autobotte. O su te. Mh. Sull’autobotte. Scriverò qualcosa sull’autobotte.
Rosso. Neanche a perderci tempo sperando in qualche cambiamento. Comunque ultimamente penso spesso a come sarebbe avere un figlio (da te?), a creare una famiglia (con te?), a scrivere (di te?) e ci penso talmente tanto che già mi hai rotto le palle.
Scherzo.
Rosso.
Penso che per oggi può bastare: ho pensato troppo. Accendo la radio che in realtà era già accesa quindi mi limito a togliere il “mute” e parte una canzone energica, quasi commovente, che mi ricorda… lasciamo stare. Oh, comunque oggi t’ho pensata parecchio. Mamma mia quanto eri bella. Vorrei scriverti ma mi sa che non ho più il numero, l’ho cancellato per sbaglio. Non è vero. Cioè, non è vero che l’ho cancellato per sbaglio. In realtà non l’ho mai avuto il numero tuo.
Ma santo Dio! Mi rendo conto solo adesso che pensandoti m’è scappato un sorriso e ammetto che rosico. Ultimamente rosico spesso. Rosico quando sbaglio qualcosa, quando qualcuno non si accorge dell’impegno che metto nel fare qualcosa e rosico pure quando vorrei fare qualcosa ma non riesco. Qualcosa. Qualcosa ovunque. Come te.
Alla radio la canzone finisce e ne comincia un’altra, io già ho in mente cosa scrivere appena sarò a casa e già degusto il ticchettio dei tasti della tastiera che riempiono la mia stanza e tu sul letto che… oh ma che palle.
Verde.

Andrea Abbafati