Di getto

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Prego mi dia un caffè ristretto grazie, che c’ho voglia di pensare. Sono uscito un po’ perché voglio farmi scivolare un po’ di cose dal groppone. C’ho la testa piena, non funziona lo sciacquone.
Sono stato poco fa in Chiesa, ammetto mi mancava. Mi ricorda i bei tempi, quando lei ancora m’amava. Quando lo sciacquone funzionava e la testa era pulita, quando c’era poca certezza nell’affrontare una salita.
“È la vita”. Sento sempre la stessa frase: “è la vita”; ‘sto caffè fa schifo, barista. Un altro, per favore.
Mi fa male la testa, non è che c’hai qualcosa? Da mandare giù con l’acqua. Sì, qualsiasi cosa.
Mi prude il braccio, sento prurito sul tatuaggio che ormai funge da cicatrice di Harry Potter. Brucia quando s’avvicina il male. Il secondo caffè fa più schifo del primo, barista. Complimenti, c’hai un talento naturale.
Mi sento spento. Giuro, mi sento spento. Sto in ferie senza obiettivi se non quello de riposa’, ma mi guardo intorno in cerca d’avventura, metti caso capitasse sotto tiro qualcuna da bacia’.
C’ho un tornado nel cuore, me l’han detto tutti, solo che non capisco come cazzo si ferma. Fa un rumore strano ogni tanto, tipo “brum brum”. Non so… c’avrà un motore. Vorrà partì? Ma dove deve andare… ma dove vuole andare… che le radici sono forti e ci tengono fermi qua, io, il tornado, il cuore, il rumore.
Il cervello sta fermo, zitto, muto. C’ho la testa piena, non funziona lo sciacquone.
Tlic, tlac. Non funziona lo sciacquone.
Eppure io ti giuro, bari’, ti giuro che volevo solo ama’. Voler bene. Volevo solo voler bene. Un abbraccio, cazzo, un abbraccio solo, invece ho preso più schiaffi che saluti. Ma dai. Mica mi sto lamentando, ma che dici. No, non voglio certo fare la vittima, per carità. Cercavo solo qualcuno con cui parla’. E perdonami il dialetto che esce fuori ogni tanto da questa dizione perfetta… perdonami pure la rima che fa capolino ogni tanto con quella capoccetta… ma oggi mi sento ispirato. So’ stato in Chiesa, ho chiesto d’esse perdonato.
E te giuro che scoppierei a piagne come un regazzino… no scusa, hai ragione: e ti giuro che scoppierei a piangere come un ragazzino… abbraccerei pure te, bari’, pure se fai il caffè che fa risalire il cenone di capodanno. T’abbraccerei, poi uscirei e abbraccerei tutti quanti. Tutti, nessuno escluso. Perché c’ho un peso dentro, bari’, ma un peso dentro che non poi capì… a tratti sverrei, me butterei per terra… strillerei de tutto… così, giusto pe’ famme abbraccia’. Scusa. Così, giusto per farmi abbracciare.
Che non capisco un cazzo è risaputo. Come è risaputo che quando non parlo, scrivo. Che c’ho un cuore grande me lo dicono in molti, che c’ho i pensieri intrecciati me lo dicono tutti. Un altro caffè, bari’, ma stavolta decente, che mentre parlo mi si secca la lingua e oltre il caffè da bere non voglio niente. Serve caffeina. C’ho un sonno travolgente che me tira pe’ i capelli… cerco de resiste ma proprio non s’arrende. C’hai presente quando c’hai il cuore che batte a mille e regaleresti il conto in banca al primo fortunato? Ecco, non proprio a quei livelli, ma più o meno me sento così: rinato. Perché so’ triste, mica mento, ma me sento pure tanto strano, libero, leggero, ma stai attento… non dico mica che so’ partito di capoccia… dico solo che c’ho il cuore che fa bisboccia, col cervello, coi polmoni, con la bocca e tutto quanto. Non coordino più niente, sto fermo zitto e sciallo, in attesa del responso di chi giudica per professione. Che di dita puntate ne siamo pieni, bari’, pure te, che fai il caffè più schifoso del mondo. Ma suvvia, diciamocelo, alla fine che ce frega? Che tanto tra un dialetto e una rima baciata ne usciamo felici, pure con tre caffè che fanno schifo perché sì, bari’, io parlerò pure da mezz’ora, ma ‘sto terzo caffè fa schifo quanto i primi due e sai che te dico? Che mi lascio andare. Non me ne frega ‘n cazzo bari’, del dialetto, della dizione, della dieta, degli altri. Pure dei caffè. Te li pago lo stesso, imparerai. Oppure continuerai a farli così ma li berrò lo stesso, perché m’hai fatto capì che c’è di meglio al mondo. E mica cazzi. C’è di meglio al mondo bari’, pe’ ogni delusione che ce capita. Pe’ ogni amore perso. Pe’ ogni amico che t’abbandona. Ce sta di meglio al mondo, è sbagliato accontentasse. No? Ah… sei d’accordo con me, bari’? Meno male. Mi sento meglio, meno solo ma no, tranquillo, non t’abbraccio, non t’abbraccio.
Bari’, io vado. M’aspetta un mondo là fuori. Un mondo che m’aspetta.

Vado, pago, esco, apro la porta e resto sull’uscio. Mi volto. L’assassino di caffè mi fissa curioso.

Bari’, guarda che lo so che pensi, sa’? Pensi che mento. Pensi che il mondo continuerà ad aspettarmi ancora per molto, molto tempo. Ma che credi? Che parlo di getto? Così, per frustrazione? Me fai così debole, bari’? Io so’ un supereroe, che te credi? Pensi che sprecherò pure questa occasione?

Ride sotto i baffi, l’assassino di caffè. Lo guardo e subito un po’ d’ansia mi sale. E se avesse ragione? Se fossi in grado di sprecare anche quest’occasione? Eccolo là che ride. Ride di gusto.

Ridi. Ridi pure bari’. Puoi pensa’ quello che te pare. Io esco. Il mondo m’aspetta, mica il contrario. Parlerò pure di getto, in dialetto, a tratti balbettando, ma c’ho un cuore grande bari’. Quindi ridi, ridi pure, che tanto te l’ho detto: non me ne frega ‘n cazzo bari’. Non me ne frega ‘n cazzo!

Andrea Abbafati

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