A lavoro tutto bene

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«Sai cosa mi manca veramente tanto?»
«Mh»
«Guardare il cielo di notte in mezzo alla campagna, prendere una birra in qualche pub squallido e puzzolente, mangiare dal cinese, poi fare lo spuntino di mezzanotte con la pizza appena sfornata e tornare a casa ubriaca senza avere l’ansia di pesarmi sulla bilancia la mattina dopo»
«Mh… forte»
«Già… a te invece cosa manca?».
Silenzio.
«Oi… ci sei ancora?»
«Eh? Ah sì, certo. Eccomi»
«Pensavo fosse caduta la linea»
«No, no… ci sono»
«Ci sei, ma non ci sei»
«Eh?»
«Se vuoi attacco e ci sentiamo dopo, non è un problema ciccio»
«Ma falla finita… ti pare? Ti ascolto»
«Eh, ma io ho finito di parlare da qualche secondo ormai, ciccio»
«Ah… scusa, ero soprappensiero»
«Me ne sono accorta, ciccio»
«Stai in fissa oggi con “ciccio”, eh?»
«Sì, ciccio. Scusa, C – I – C – C – I – O»
«Cretina».
Ride.
«Beh, insomma?» Leggi tutto “A lavoro tutto bene”

Quando sarò stramazzato

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Prometto a me stesso che fallirò.
Non importa quando, non importa dove, non importa come. Fallirò. Cadrò a terra e urlerò di rabbia.
Prometto a me stesso che perderò gente e che spesso sarà solo colpa mia. Perderò fratelli e sorelle, come è già successo, per delusioni o per scelta. Come è già successo.
Prometto a me stesso che quando sarò a terra mi mancherò di rispetto. Mancherò di rispetto al mio corpo, alla mia mente e al mio orgoglio. Non per cattiveria ma per necessità.
Prometto a me stesso che porterò rancore, agirò in preda alla rabbia, starò a fissarmi allo specchio provando disgusto per ciò che sarò diventato.
Prometto a me stesso che porterò le mie ferite esposte come tatuaggi. Mi prometto che desidererò essere altro, altri. Prometto a me medesimo che disprezzerò quanto ho ottenuto perché lo vedrò vuoto, privo di vita, debole, barcollante. Come me.
Prometto a me stesso che nel periodo più difficile della mia vita rimpiangerò il passato, chi ho deciso di allontanare, chi si è allontanato. I bei tempi. Proverò rabbia per i bei tempi. Andati. Proverò rabbia per i bei tempi andati. Dirò che “era meglio prima”, vedrò nero il futuro che si appresterà ad arrivare.
Prometto a me stesso che quando sarò stramazzato vorrò mollare tutto, cambiare rotta, cambiare posto, cambiare gente, cambiare idea. Prometto anzi giuro solennemente che desidererò lasciarmi andare, perdere tutto ciò per cui ho sempre combattuto e buttarlo al vento in preda al panico. Prometto che non avranno più senso i sorrisi. Prometto che non avranno più senso gli abbracci.
Prometto che perderò.
Prometto che cadrò a terra in mezzo alla polvere.
Prometto che mi farò schifo.
Prometto che inveirò contro chi c’è sempre stato.
Quando sarò stramazzato.
Prometto che vorrò cambiare tutto.
Prometto che mancherò di rispetto a me stesso.
Prometto che smetterò di sperare.
Prometto che resterò spesso fermo e in silenzio, senza aver voglia di far nulla.
Quando sarò stramazzato.
Prometto che proverò a rialzarmi.
Prometto che farò respiri profondi.
Prometto che prenderò ispirazione da ciò che più mi piace.
Prometto che premierò il mio coraggio, sforzandomi di riconoscerlo.
Quando sarò stramazzato.
Prometto che non avrò paura.
Prometto che non avrò paura.
Prometto che non avrò paura.
E ancora.
Giuro che non avrò paura.
Quando sarò stramazzato.

Andrea Abbafati

Guarda come corro

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Guarda come corro,
un bimbo veloce.
Tra urla, pianti e sorrisi,
lancio tutti i “ti voglio bene” del mondo.
Lo prendi il mio cuore?
So che sarà al sicuro. Lo so.
Guarda come corro,
un atleta professionista.
Non esiste salita,
non esiste paura o rallentamento.
Mi fido di ciò che provo,
né sudore né dolore possono fermarmi.
Lo proteggi il mio cuore?
So che sarà al sicuro. Lo so.
Guarda come cado,
un perdente professionista.
Tra le risate della gente,
senza trucco né barzellette.
Mi bendi le ferite?
So che guariranno. Lo so.
Guarda come corro,
senza musica,
senza respiro,
nudo,
fatto di esperienza,
so già dove mettere i piedi.
Guarda come corro.
Guarda come cado.
Poi resta ancora a guardare.
Guarda come mi rialzo.

Andrea Abbafati

Alba facendo

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Squilla.
Leggo sullo schermo il nome di un collega.
Rispondo.
«Ao»
«Ao, ‘ndo stai?»
«Ecco sto tornando, ho fatto poco fa l’ultimo cliente. Arrivo»
«Sbrighete che forse devi partire per il secondo giro o m’aiuti a prepararlo almeno»
«No problem, arrivo. Oh, avvisa gli altri che porto i caffè»
«Ammazza e che è successo? Tu che offri?»
«Ma se offro sempre, su. Dai, arrivo»
«Vabbè… sbrighete me riccomanno, coglione»
«Ecco mo’ faccio tardi apposta, deficiente».
Il collega sbotta a ridere. Chiudo la chiamata. La strada è vuota, proseguo tranquillo sul furgone, gli occhi stanchi che non si chiudono solo grazie ai vari caffè presi.
Squilla di nuovo.
Neanche leggo il nome sullo schermo.
«Oh, hai rotto il cazzo, t’ho detto che arrivo… aspetta no?».
Silenzio.
Troppo silenzio.
Mi viene un dubbio ma non faccio in tempo a guardare sul display che…
«Oh, ma che problemi hai?».
È lei.
«Oh, scusa… credevo fosse il collega di prima! Scusa scusa scusa» spiego esterrefatto.
«Grazie del buongiorno eh, non dovevi» dice lei, ma sento che è divertita.
«MA BUONGIORNO! Comunque scusa davvero… è che pensavo mi avesse richiamato per rompermi le palle come fa spesso» Leggi tutto “Alba facendo”

Grandi poteri e grandi responsabilità

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«Un caffè ristretto, grazie» e via così. Inizia una nuova giornata di “ferie-non-ferie”. Nel senso che sono in ferie, ma non sono in ferie. Robe da fare, noia quando non ci sono robe da fare, ansia quando c’è troppa roba da fare. Rilassarsi non fa parte della mia routine quotidiana.
Mi sono svegliato presto quando potevo benissimo restare a dormire e mi girano i coglioni, tanto per cambiare. «Scusa, me ne fai un altro per favore? Sempre ristretto, grazie» e via, il barista esegue e subito mi ritrovo il secondo caffè della giornata sul bancone. Ristretto, come sempre.
Domani torno a lavoro e questo mi rende intrattabile. Vorrei smuovere il mondo, fare cose, viaggiare ma mi sento limitato, intrappolato nelle mie stesse radici, quelle che ho deciso di mettere anni fa, sicuro di fare la cosa giusta. Mai pentito, neanche ora. Ma comincio a sentirne il peso, come è normale che sia.
Finisco il secondo caffè e vado alla cassa, arriva il barista e rimane a guardarmi. «Due caffè ristretti… devo pagare. Me li hai fatti poco fa» dico, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. «Sono già pagati» dice, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Eh? «Eh?» chiedo. «I due caffè ristretti sono stati già pagati» ripete lui, poi indica con la testa dietro di me, mi volto e la vedo. Lei. «Ah. Ecco. Capito. Grazie» balbetto, sorrido imbarazzato poi mi reco da lei, seduta ad un tavolino poco dietro di me.
Mi siedo.
«Mi sei passato accanto senza neanche vedermi»
«Giuro che non t’ho vista»
«Eh, me ne sono accorta. Ma io i caffè te li ho pagati ugualmente»
«Grazie madame, non doveva. Come è gentile!»
«Imbecille».
Ridiamo.
«Due caffè addirittura? Vanno alla grande queste ferie, eh?»
«Vanno una merda»
«Yuhu!»
«Mi giro e rigiro senza concludere niente. Assurdo»
«Sei in ferie cocco, è normale. Devi riposarti. E sarebbe anche ora»
«Mi sono riposato abbastanza, ora non mi reggo in piedi. Sto scoglionato, non mi va neanche di allenarmi»
«Significa che devi riposare. Oh, rilassati»
«Ma non c’è tempo per rilassarsi!» dico, lei mi guarda a bocca aperta. «Stai fuori» dice, «sei in gara per qualcosa e non me ne sono accorta per caso?». Rifletto. «No» dico, «non sono in gara per niente. Ma ho fretta, lo sai come la penso». «E come la pensi? Sentiamo». Silenzio. Come la penso? «Io… oh, ma che cazzo ne so». Fine. Ha vinto lei.
«Ho vinto io» dice. «Sì, sì ok, hai vinto tu» dico. Che palle.
«Stamattina sono passata in fumetteria» dice. La guardo. «Perché?» chiedo mentre lei scoppia a ridere: «per comprare un etto di salame». Cretina. «Per fare cosa secondo te? Per comprare un fumetto» borbotta spocchiosa, mentre io la guardo a bocca aperta: «tu che compri fumetti? E da quando?». «Da oggi. Da stamattina precisamente». Sorrido: «figo».
«Ora sono proprio curiosa di capire cosa ti affascina tanto di questi cosi così colorati»
«Vedrai, ti piacerà. Cosa hai comprato?»
«Sorpresa»
«Oh, fai un po’ come ti pare»
«Mamma mia, Super Acido»
«Esatto»
«Te? Che racconti?»
«Io ho finito ieri sera il gioco di Spider-Man sulla play»
«Se?»
«Se»
«Mh»
«Che?»
«Non mi sembri poi così soddisfatto»
«Dai, su»
«Cosa?»
«A ventisette anni a giocare a Spider-Man»
«A ventisette anni, in ferie senza doversi alzare alle due e mezza, a giocare a Spider-Man» precisa lei.
«Ma che vuol dire»
«Ma vuol dire tutto, bello di casa»
«Mi sento acciaccato, inutile, boh»
«“Acciaccato, inutile, boh”»
«Puoi prendermi in giro quanto ti pare»
«Non ti prendo in giro»
«Ah no?»
«No. Ti riporto semplicemente con i piedi alla realtà»
«Cioè?». Mi si avvicina lentamente, quasi naso a naso, poi sussurra:
«Stai dicendo una marea di cazzate».
«Ti puzza l’alito»
«Non è vero»
«Ok, sto scherzando»
«Non stai scherzando, paraculo. Stai cercando di depistarmi»
«Può darsi»
«Sai chi mi fai venire in mente in questo momento?»
«Chi?»
«Un supereroe»
«Se, va beh»
«Giuro. Un supereroe con il costume strappato»
«Ah ecco, ottimo»
«Oh per carità! Sta’ zitto che sennò sembra che sparo stronzate!» dice, poi apre la borsa, tira fuori un fumetto e me lo mostra: è un fumetto di Spider-Man e nella copertina c’è ovviamente lui, l’Uomo Ragno, con il costume fatto a brandelli. La guardo. «Io non ne capisco niente di fumetti, ma sai perché l’ho comprato?» mi domanda, io scuoto la testa, stordito. «Perché è un figo. Guardalo. Spider-Man, il costume distrutto, il corpo pieno di cicatrici e ferite, un nemico (che non so chi è) che lo sta per attaccare… ma no, Spider-Man non cede, cazzo. Sta lì, in piedi, pugni chiusi, pronto a sparare raggi laser». Deglutisco con difficoltà: «Spider-Man non spara raggi laser ma ragnatele». «Eh, è uguale! Quello che spara spara! Sta lì! Ed è un figo anche se stilisticamente impresentabile. Questo fumetto può essere letto perché Spider-Man non ha mollato, anche se a pezzi». Pausa. «Ma Spider-Man non esiste, scema» dico. «Lui no, ma tu sì» dice. Fine. Ha vinto di nuovo lei.
«Ho vinto di nuovo io»
«Sì, hai vinto di nuovo tu»
«Sono proprio forte eh?»
«Per carità… quindi io sarei Spider-Man?»
«No. Sei meglio di Spider-Man, perché combatti i cattivi senza super poteri»
«Sì, ma ci prendo anche tante di quelle sberle da non ricordarle neanche»
«Eh. Le sberle le prende Spider-Man con i superpoteri, figurati tu comune mortale».
Silenzio. La vedo che sorride.
«No, ti prego, non dirlo di nuovo»
«Ho vinto. Di nuovo. Tre a zero. A casa!» E ride. Ride come la bellezza che è, con i suoi capelli arruffati, le sue lentiggini, le mani che non stanno un attimo ferme quando parla.
«Oh, scemo»
«Eh»
«Ricorda che quando ti senti un rottame, è perché sei appena uscito da una battaglia e chi affronta una guerra uscendone immune e illeso, senza un graffio, o è Superman, o è un vigliacco»
«Per carità! Non voglio essere né Superman, né un vigliacco»
«Appunto. Ma sei un supereroe. Ti torna?». Rifletto. Mi torna?
«Sì dai. Mi torna. Siamo supereroi. Entrambi»
«Sarò la tua Catwoman!»
«Oh ma per carità! Spider-Woman casomai!»
«Sì ok, quello che è, devo ancora leggerlo il fumetto abbi pietà»
«Fammi sapere che ne pensi poi, ci tengo»
«Ma certo, scemo. Tu adesso stai un po’ meglio?»
«Sì dai»
«Vedi? Sei proprio un supereroe»
«Perché?»
«Menti. Spudoratamente. Menti per non far soffrire chi ami. Piccolo stupido sexy supereroe!» e ride, ride di gusto. Cretina.
«Cretina»
«Stupido»
«Ok stop, tanto a offese vinceresti nuovamente tu»
«È il mio superpotere segreto»
«Bella roba. Senti, caffè? Offro io»
«Te ne prendi un terzo? Sei matto?»
«Oh, ho una città da salvare, ho bisogno di energie»
«Tu sei fuori!»
«”Da un grande potere derivano grandi responsabilità”» dico. Lei mi guarda. «Ti prego» supplico, «dimmi che l’hai capita». Lei sorride innocentemente e scrolla le spalle. Non l’ha capita.
«Senti, faccio finta di niente»
«Ecco bravo, rispetta la mia ignoranza in materia e portami ‘sto caffè, eroe»
«Vado di corsa, madame» e vado. Col costume strappato, la maschera a pezzi, i muscoli che fanno male e le gambe che a malapena si reggono. Ma ancora in piedi.
Sì.
Ancora in piedi.

Andrea Abbafati

In ritardo

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Squilla il cellulare. È lei. Accetto la chiamata, poso l’apparecchio all’orecchio e sto zitto.
«Oh» dice
«Oh» rispondo
«Beh?»
«“Beh” che?»
«Ma come “beh che”?»
«Eh, beh che?»
«Sei sveglio?»
«Ma certo che sono sveglio, ti sto parlando»
«Sì, nel senso, sei sveglio? Cioè, sei sveglio da un po’ o ti ho svegliato io?»
«Mi sono svegliato poco fa, tranquilla, non mi hai svegliato»
«Ah. Peccato»
«Ma come peccato?»
«Hai dormito dodici ore. Sai che spasso sarebbe stato svegliarti? Rincoglionito al massimo»
«Vaffanculo»
«Ah, ci siamo svegliati male, Oxford?»
«Ho dormito dodici ore perché sono a riposo e ieri ne ho passate ventiquattro sveglio»
«Lo so, cretino. Ti stavo prendendo in giro»
«Ok»
«Ok».
Silenzio. Sento che prende fiato dall’altra parte della cornetta

«Rosicone come pochi» esclama all’improvviso
«Non sto rosicando!»
«No, assolutamente»
«No infatti, assolutamente»
«Bene allora, meglio»
«Sì, meglio».
Di nuovo silenzio.

«Rosicone potentissimo»
«Oooooh Madonna, ma che è oggi?»
«Oggi è giovedì, signorino, ed è precisamente mezzogiorno»
«Lo so che giorno è, so anche che ore sono»
«Bene»
«Ancora con ‘sto “bene”?»
«Cosa vuoi che ti dica? Se vuoi tolgo il “bene” e dico altro»
«Ecco, sì, di’ altro»
«Perfetto, allora dico: sei in ritardo, coglione, dovevamo vederci alle dieci e trenta. Va meglio così?».

Porca puttana.

«Porca puttana»
«Eh, esattamente»
«Scusa, me ne sono totalmente dimenticato. Porca puttana»
«Dove sei ora?»
«A casa. Precisamente sul letto, guardavo il vuoto fino a qualche secondo fa ma mi sto già spogliando, mi lavo, mi vesto e sono da te»
«Dobbiamo vederci in piazza»
«Eh, lo so, tu sei già lì no?».
Silenzio.

«Oh? Tu sei in piazza, no?»
«No… sono a casa»
«Ah, va beh immagino tu sia tornata a casa quando hai capito che non sarei arrivato. Giusto»
«No, sono a casa. Sono ancora a casa. Non sono proprio uscita».
Silenzio. Capisco.

«Ho paura di chiederti perché» dico
«Eh…»
«Perché?»
«Ma che ti importa del perché? Meglio no? Mi vieni a prendere e andiamo insieme!»
«Perché?» insisto.
Silenzio, di nuovo. Sento che trattiene il respiro.

«Perché sapevo che avresti tardato. Di parecchio. Come sempre. Certo, non pensavo di dover aspettare un’ora e mezza, son sincera».
Sbem. Steso.

«Scusa», «scusa», all’unisono, due scuse.
«No, scusa tu», «no, scusa tu», all’unisono, di nuovo due scuse.

«Senti, ti chiedo scusa io del ritardo e dei ritardi passati. T’ho detto, mi lavo, mi vesto e corro da te, ti prendo e andiamo insieme». Silenzio. «Ti sei offeso?» mi domanda, «ma di che?» rispondo, «hai semplicemente detto la verità. Faccio sempre ritardo. Sempre oh, capitasse una volta che riesco a calcolare i tempi». Silenzio. Troppo silenzio. Se la conosco bene sta preparando una battuta delle sue. «Beh, a letto i tempi li sai calcolare benissimo. Mai lamentata». Appunto. «Ma come te ne esci?» chiedo, «dai, scemo, stavo scherzando, era una battutina per scaldare ‘sto gelo che si è creato», «niente gelo, per carità, hai ragione. Un’ora e mezzo di ritardo è imperdonabile. Oh, metto vivavoce, mi do una sciacquata», «Ok».

Faccia, mani, piedi, collo e tutto. Lavo i denti, indosso qualcosa velocemente poi mi reco in cucina. Mi accorgo della cazzata fatta e impreco. Lei sente.

«Oh»
«Eh»
«Che è successo? Sbattuto il mignolo?»
«Macché. Mi sono lavato i denti prima di fare colazione»
«Senza parole»
«Oh senti, questa è la fretta. Mi stai mettendo pressione»
«Ah! Io ti metto pressione adesso?»
«Ma dai, sei lì al telefono che canticchi quel tormentone maledetto che odio! Guarda che sento tutto eh!»
«Oh, se vuoi attacco senza problemi»
«No macché, mi fa star bene sentirti presente».
Silenzio.

«L’hai detto» dice lei
«Sì, l’ho detto» ammetto
«Ma allora non ti sei svegliato col rodimento di palle! Che teneroso che sei»
«Eh, lo so, sono bravo a farmi amare».
Apro il frigo e scarto il primo yogurt che trovo, poi metto a fare il caffè mentre il suo respiro dall’altro capo del telefono mi rassicura. «Senti piuttosto, come è andata ieri la cena con gli amici?» domanda lei, «tutto ok. Stavamo in un bel posto in montagna, a casa di un amico, ti sarebbe piaciuto», «cosa? Il posto o l’amico?» domanda lei, io sto zitto. «Sto scherzando, deficiente», «lo so, simpatia. Comunque mi sei mancata. Abbiamo fatto mezzanotte, volevo chiamarti ma mi avevi detto che avevi sonno, quindi ho lasciato stare», «lo sai che puoi chiamarmi quando vuoi, vero?», «lo so, ma so anche come diventi quando vieni svegliata mentre dormi beatamente». Silenzio, la sento ridere silenziosamente, «hai ragione» dice. «Comunque ho fatto una foto al panorama che si vedeva dalla piscina. Tra poco te la mando. Sai cosa? Ci vediamo sempre, ma ieri mi sei proprio mancata», la sento che trattiene forzatamente una risatina orgogliosa, «mi mancava vederti, poter contare su di te e poi, oh, mi mancava anche bere con te, ubriacarci insieme e buttarci in piscina come due coglioni» e qui scoppia a ridere di gusto, «mai fatto nulla del genere, nego tutto!» esclama divertita. Finisco lo yogurt, verso il caffè nella tazza e lo bevo senza zucchero, tutto d’un fiato, poi mi ricordo di una cosa: «oh, dopo devo farti sentire un pezzo nuovo», «ah sì? Di chi è?», «degli 883, ultimamente la loro discografia gira spesso nello stereo della macchina», «aspè, ma gli 883 non si sono sciolti tipo nel 2002?», «sì mi pare di sì», «embè? Un pezzo “nuovo”?» ride, «e va beh, io ieri l’ho ascoltato per la prima volta, per me è nuovo» e scoppia a ridere di nuovo, stavolta seguita di cuore da me, «C-O-G-L-I-O-N-E-E-E-E!» urla tra una risata e l’altra e io vorrei tanto baciarla, perché mi fa stare bene. «Che poi, 883. Periodo pesante?», «Pesantino. Alterno 883 a Battisti e Zucchero, per farti capire», «Madonna» esclama lei, stupita.

«Oh, io ho fatto, sto per partire»
«Oh, mi raccomando, niente ritardo oggi eh»
«Sei veramente stronza. Ti piace rigirare il coltello nella piaga eh?»
«Non sai quanto. Godo nel farlo!»
«Quasi quasi ti lascio a piedi»
«Provaci. Devi solo provarci, ti raggiungo e ti prendo a calci nel»
«Va bene ho capito» la blocco io, «ti vengo a prendere»
«Bravo signorino. Oh, mi raccomando, t’aspetto. Testa leggera eh»
«Ci provo belle’, ci provo»
«Vedi di riuscirci. E sbrigati che devi farmi vedere la foto e sentire la canzone. Ma vai piano»
«“Sbrigati ma vai piano”, certo»
«A tra poco, scemo»
«Arrivo, scema».

Parlare del nulla, sentirsi meno soli, ridere di gusto, che tutto va una merda nel mondo e io mi prendo cura del mio respiro e del suo. Dei respiri di chi mi vuole bene. Chiudo tutto. Spengo tutto. M’aspetta lei. Scusate, non aspettatemi, anche oggi come sempre sono in ritardo.

Andrea Abbafati

Io sono Batman

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Un pensiero. Accosto, metto le quattro frecce, scendo e mi guardo intorno. Questa strada non la conosco, eppure la faccio tutti i giorni. C’è qualcosa di strano. Sento di non aver messo tutti i pezzi del puzzle al proprio posto, come invece credevo. Giorno di riposo. Ieri sono stato ad un concerto con il mio gruppo di amici, quelli che speri di avere sempre al tuo fianco soprattutto quando stai bene, per condividere con loro la tua felicità. Mi guardo intorno: sono in aperta campagna, in mezzo ad una stradina poco frequentata, e sto ripensando al concerto di ieri. Eravamo tanti, ballavamo e cantavamo sotto il diluvio universale con i lampi che in lontananza illuminavano Roma. Stavamo facendo quello che in quel momento ci faceva stare bene, o almeno a me faceva stare benissimo. Era tutto perfetto, fino a che un pensiero come sempre mi ha colpito mentre saltavo come un matto: “sei piccolo”. Una voce nella testa, così dal nulla: “sei piccolo”. Sbem. Distrutto. Anche il semplice saltare e spegnere la testa ormai risultava difficile, inutile. Come quando ascolti una canzone a palla e qualcuno ti dice che ascolti musica di merda… le cose sono due: o ti incazzi e lo mandi a quel paese o te ne sbatti le palle e ascolti e canti la canzone a volume ancora più alto. Per un attimo avevo deciso per la seconda opzione: ballare, cantare sotto la pioggia e vaffanculo. Invece mi sono fermato nel bel mezzo del concerto, completamente bagnato con tutti intorno a me che pogavano e si spingevano come dannati. Ho cominciato a pensare, mentre il cantante cantava la mia canzone preferita, domandandomi se qualcun altro lì vicino a me stesse pensando la stessa cosa che stavo pensando io.
Ora sono qui, in mezzo ad una stradina di campagna con l’auto accostata che penso e mi mordo le labbra, incazzato. Ma possibile che non riesco nemmeno a godermi un cazzo di giorno di riposo o un concerto? Penso a chiamare lei, ma no. Stavolta è impossibile, non potrebbe rispondermi. Stavolta me la gestisco da solo. Stringo i pugni, guardo in alto e urlo: «ma perché cazzo non potevo nascere Re Artù?». Silenzio. L’ho detto davvero… ma dovete capirmi: ho ventisette anni, indosso una maglietta che ormai mi sta larga e dei pantaloni corti che sono gli stessi che avevo ieri al concerto, ovviamente lavati. Ho capelli che non mi piacciono, un fisico che non mi piace mai, che una volta è troppo magro e un’altra è troppo massiccio e un naso che sembra rotto, ma soprattutto non ho super poteri, né un destino meraviglioso che mi attende. Cioè, non ho nessuna cazzo di spada nella roccia che mi aspetta da qualche parte, capito? Non pensate anche voi sia una cosa ingiusta? Oh, andrebbe bene anche un martello magico, tipo quello di Thor. O anche un super potere genetico, tipo Superman. Invece no. Non ho neanche una velocità supersonica, faccio sempre ritardo. Non ho tatuaggi, ho paura a farmeli, il ‘per sempre’ mi spaventa. Sono stonato, faccio movimenti goffi per ogni azione e non so ballare. Mi affeziono terribilmente, tanto da essere geloso di chiunque. Dai, come non essere compatito se mi ritrovo in un giorno a caso ad urlare in mezzo ad una stradina a caso incazzato con un dio a caso? Che poi giuro che c’ho provato spesso a somigliare ai miei idoli, o quantomeno agli idoli degli altri. Palestra, corsa, proteine, addominali e piegamenti, ‘sticazzi’ tatuato nell’anima, perché gira voce che il tipo che se ne sbatte di tutto e tutti piaccia. Ma niente… oh, io non sono così, quindi eccomi qui ad urlare da solo in mezzo alla campagna chiedendo a chi di dovere per quale motivo non mi abbia fatto nascere Re Artù. O Thor. O Superman. O anche un supereroe di serie C, non è che avrei disdegnato. Ma qualcuno di figo, qualcuno a cui spetta qualcosa, qualcuno da ammirare e non di cui ridere per le figure di merda che fa.
Pausa. Respiro. Alzo lo sguardo e vedo il cielo limpido che comincia a riempirsi di nuvole.
«Oh» dico, «eh» rispondo, «ma a te Superman t’è sempre stato sul cazzo». Rifletto. «Oh, è vero» ammetto, «mai sopportato. Facile spaccare i culi coi super poteri genetici» puntualizzo. «Appunto» mi dico, «e pure Thor. È praticamente l’unico personaggio cinematografico Marvel che non segui. Quindi, cazzo ti lamenti?». Ho ragione… che mi lamento? E improvvisamente la luce: ho sempre sognato di essere Batman, Robin, Spider-Man che sì, ha i super poteri, ma li ha guadagnati in quanto sfigato cronico. Come me. Ed ecco, finalmente la risposta: ‘sti cazzi. Ma ‘sti cazzi veramente eh… non ho mai avuto la pappetta pronta, ho sempre sgomitato e ho preso cazzotti in faccia per ottenere quello che volevo. Adesso me ne pento? No. Bene, ecco la risposta. Sono Batman, porca vacca. SONO BATMAN! E odio i Superman che hanno già tutto pronto, faccetta bella ripulita, addominali scolpiti, sguardo ammiccante, sorrisetto sicuro. Lotterò per tutta la vita contro la perfezione, perché la perfezione non esiste.
Respiro. Salgo in macchina ma scendo subito. Ho bisogno di sfogarmi e quindi salto, urlo, corro per i prati spaventando le vacche che stanno pascolando. Sono piccolo, ma sto bene. Salto, canto da schifo, ballo e mi slogo una caviglia, corro e mi scoppia il cuore. “Sei piccolo”, lo so. Ma ‘sti cazzi. “E sei anche volgare”, lo so. Ma ‘sti cazzi. “E ce l’hai sempre con tutti, stai sempre incazzato”, vero. Ma ‘sti cazzi.
Corro. Salto. Ballo.
Sono Batman.
Urlo. Canto. Rido.
Sono Batman. Ho la Batmobile.
Torno alla macchina, fiero, orgoglioso, calmo. Ho tutto quello che volevo, tutto. Devo solo sforzarmi un po’ di più, non avendo una spada magica e un mago che mi consiglia. Improvvisamente mi squilla il cellulare. È lei. «Oi? Come va? Che fai?» domanda. “Che fai?”, basta una domanda stupida per farmi stare meglio. Ho tutto. «Tutto bene, tutto alla grande mia dolce Catwoman!» urlo. Silenzio, la sento sospirare, «sei ubriaco, vero?» mi domanda ed io scoppio a ridere. «Non sono ubriaco scema, sono Batman. Non fare domande. Ti butti dal grattacielo con me?» domando, «ma se ci buttiamo ci sfracelliamo, cretino. Non sarebbe meglio essere Superman e Supergirl?», «NO!» la rimprovero, «siamo Batman e Catwoman e usiamo i gadget speciali per atterrare morbidamente» puntualizzo. Silenzio. «Ok, Bruce» dice lei, «ci vediamo stasera e andiamo a liberare Gotham City?» domanda, «certo» rispondo, «ciao scemo» e riattacca.
Ho tutto. Io ho tutto. Sono Batman. Sono Batman!
Salgo in macchina, giro la chiave.
Giro la chiave.
Giro… giro la chiave. Niente, la Batmobile non parte. Scendo, chiudo lo sportello e mi guardo intorno, scocciato, poi improvvisamente eccolo, lo vedo: il Superman di turno che sfreccia come un matto col suo mantello rosso, mi guarda, sorride maligno e soddisfatto e se ne va, lasciandomi lì dove mi ha trovato, da solo, nel mio piccolo.
‘Sticazzi.

Andrea Abbafati

La sindrome del bagnante

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Guardo l’orologio del furgone: segna un’ora avanti, quindi tecnicamente sono le ore precedenti rispetto l’ora segnata sullo schermo. Sono in ritardo, tanto per cambiare. Davanti a me la fila ferma di macchine in attesa che passino i supereroi a due ruote: gara ciclistica in corso, tutto bloccato. Di domenica mattina, sotto il sole cocente nel punto preciso in cui non c’è ombra manco a pagarla.
Ho già dimenticato l’ora ma evito di guardare l’orario sbagliato dello stereo: è una giornata di merda e come tale non ha orari. Lo sanno tutti. Quando una giornata inizia male non ha senso guardare che ora è perché il tempo si ferma e dura più a lungo, non finisce più e il momento del riposo non esiste, quindi tanto vale continuare a non guardare in che fascia oraria del giorno mi trovo.
Ho poche ore di sonno sul groppone e non riposo decentemente da troppo tempo, mi bruciano gli occhi, ho fame e non ho neanche fatto colazione. Ho un giramento di coglioni non indifferente. Da record. Mi guardo attorno sperando si materializzi improvvisamente un qualcosa, una via di fuga, un motivo per togliermi la divisa di dosso e buttarmi a capofitto in qualche avventura senza pensare ad un cazzo. Troppo volgare. A niente. Senza pensare a niente. La fila comincia a districarsi e improvvisamente mi squilla il telefonino.
È lei. Rispondo. «Oh». Silenzio. «Oh» ripete lei. «Beh?» chiedo io, «Che è successo?», «ma che risposta di merda è “oh”? Io ti chiamo e tu mi rispondi “oh”?» dice lei con quel tono magico, poetico e dolce che mi ricorda quei film horror in cui già al primo minuto schiatta qualcuno. È incazzata. Pure lei. «Scusa» mi riprendo subito io, «è che sto fermo in mezzo al traffico, aspetto che i principi in bicicletta decidano chi deve vincere la gara», intanto le auto davanti cominciano a muoversi quindi mi accingo ad avanzare lentamente. «Ah, capito» butta giù lei, «tra quanto stacchi?», «sto tornando ora per partire con il secondo giro, faccio giusto in tempo a prendermi un caffè da qualche parte penso», «ottimo» dice lei, «fermati al prossimo bar, sono dietro di te». SBEM. «Che?» domando io e lo sguardo mi va automaticamente sullo specchietto laterale sinistro e la vedo: lei, che lampeggia come una matta facendo smorfie con la bocca. Mi esplode il cuore. «Avevo bisogno di te, bella mia» sussurro più a me stesso che a lei, «eh? Che hai detto?» chiede lei, «niente… imprecavo contro i ciclisti. Senti appena arriviamo al bar ci fermiamo, ok?», «ok, tesssssoro» urla lei e lo sguardo mi torna allo specchietto e posso guardarla sfoggiare la sua bella lingua rossa con sguardo da smorfiosa.
Finalmente la strada si libera, avanzo per un po’ con lei al seguito, poi svolto a destra e mi fermo davanti ad un piccolo baretto della zona. Parcheggio, scendo e chiudo il furgone, lei è stata più veloce di me e mi aspetta in piedi, poggiata alla sua auto. «Buongiorno scemo!» dice con la grazia di una che riesce in modo tremendamente facile a superare un’incazzatura potente. Mi avvicino e faccio per abbracciarla ma lei mi ferma con una mano sul petto e mi guarda attentamente negli occhi: «stai incazzato nero. E sei stanco» dice scrutandomi attentamente, io sorrido stupito… volevo solo abbracciarla. «Volevo solo abbracciarti» ammetto, «perché devo essere sempre quello incazzato e stanco?» domando e lei risponde immediatamente con un «uff». “Uff”? «Cominciamo davvero con le domande complesse alle undici di mattina senza neanche aver preso un caffè?». Giusto… le undici; l’orologio segnava le dodici meno un quarto, quindi erano le undici meno un quarto, ovviamente quindici minuti dopo sono le undici, logico.
Decido di accantonare la questione “uff” e la accompagno nel bar. Il barista ci chiede cosa vogliamo, lei ordina due caffè, io sto zitto e la guardo. Non ho mai creduto nell’amore, nella bellezza fine a sé stessa, ma lei mi completa. È talmente spontanea, talmente piena di bene che non capisco come facciano gli altri a non innamorarsene.
Mi sta guardando. «Forza. Caffè ordinati, adesso possiamo affrontare i discorsi seri» dice. Comincio. Sono un fiume in piena, sicuramente adesso le dirò tutto quello che mi circola nella testa e nel cuore, cioè «niente». Niente? «Niente?» domanda, «ma come niente? Ti ho guardato imprecare contro i ciclisti quando non sapevi che ti stavo osservando. Sono anche quasi sicura tu ne abbia mandato a fanculo qualcuno… e adesso non hai niente?». Ops. Beccato. Prendo fiato. «Senti, non voglio incazzarmi, ok? Non devo incazzarmi, va bene? Ultimamente mi è stato fatto notare che mi incazzo sempre. Autocontrollo, ecco cosa mi serve. Devo riuscire a gestire la rabbia. Calmarmi. Devo prendere le cose più alla leggera, tutto qua». Silenzio. Arrivano i caffè ma lei sembra non accorgersene: mi guarda. «Quindi non puoi parlarne con me?». Steso. «Ma certo che posso parlarne con te… che c’entra? Solo che adesso volevo provare a calmarmi da solo, ad affrontare la cosa tra me e me ecco, tutto qua». «Mandando a fare in culo i ciclisti» sottolinea lei, «no… no! Non ho mandato a fare in culo nessuno!» mento io ma niente, lei scoppia a ridere. Sbuffo, so già che durerà per molto, prendo il caffè, lo condisco di dolcificante e bevo, lei fa altrettanto con lo zucchero di canna ma aspetta che la risata le passi, poi beve tutto di un sorso.
«Per una volta vorrei sentirmi come Cannavaro nel 2006 quando ha alzato la coppa» butto lì.
Silenzio. Lei posa lentamente la tazzina sul bancone, gli occhi spalancati fissi su di me: «tu» sussurra, «tu che parli di calcio? Ma soprattutto… tu che hai visto i mondiali del 2006?» domanda esterrefatta, «ma che c’entra?» mi giustifico, «non sto parlando di calcio, uno, e due: certo che li ho visti i mondiali. Ho anche festeggiato e per poco non infilzo uno con la bandiera quando Grosso ha segnato il rigore» ammetto sapendo già quale sarà la sua reazione… e infatti, ride. Ride tanto, porta le mani alla bocca e si dondola come una scema. La solita esagerata. «Seguivo ancora il calcio da ragazzino… ma adesso non è questo il discorso, sono serio!» esclamo offeso, cercando di riportare ordine. Lei capisce e mi guarda seria ed interessata: ora ho di nuovo la sua attenzione. «Dicevo, vorrei sentirmi come lui. Come Cannavaro in quel preciso istante. C’hai mai pensato a come devono essersi sentiti gli Azzurri? Secondo me hanno avuto la certezza assoluta di essere riusciti in quello che dovevano fare. Hanno vinto il mondiale, porca puttana. Cannavaro ha sollevato la coppa. S’abbracciavano tutti. L’Italia intera festeggiava con loro. Ecco, per un solo istante vorrei sentirmi così». Lei mi ascolta attenta, io continuo. «E come Grosso. Porca vacca, ma l’hai visto l’autocontrollo di Grosso al rigore decisivo? Io sarei morto. E avrei sicuramente sbagliato». Lei sorride, io mi fermo a pensare. «Non lo so che c’ho. Sono solo contento di poterne parlare con te», «e io sono felice di poterti ascoltare, scemo» risponde lei con un sorriso bellissimo, «e tu potrai essere Cannavaro e Grosso messi assieme ogni volta che vorrai. Ne hai tutte le capacità e soprattutto la grinta. Hai la grinta, cazzo, ma non te ne rendi conto» conclude. La guardo: «ho la sindrome del bagnante» confesso. Mi guarda, ora è confusa, «la sindrome di che?», domanda. «La sindrome del bagnante» ripeto io convinto, poi mi accingo finalmente a spiegare: «ieri sono andato in piscina con gli amici, ricordi? Ecco, tolta l’ansia di mettermi a torso nudo davanti a tutti ma va beh, ‘sta fissa che ho la conosci. Ecco, tolta l’ansia, sai la prima cosa che ho fatto qual è stata?» lei scuote la testa curiosa, «ho guardato il bagnino. Cioè, ho pagato l’entrata della piscina e neanche mi son messo la crema solare che subito ho guardato il bagnino», «e perché?» chiede lei. Mi preparo al peggio: «perché c’ho la sindrome del bagnante, te l’ho detto. Avevo paura di non essere fisicamente alla sua altezza. ‘Sti cazzo di bagnini hanno i fisici da supereroi, e ogni volta che uno va al mare deve subire il confronto. La sindrome del bagnante: sentirsi inferiori a qualcuno in un contesto comune». Finisco di spiegare e resto a guardarla in attesa di una sua risata fragorosa ma lei resta stranamente in silenzio, gli occhi fissi su di me, poi apre leggermente la bocca e dice: «ha senso». SBEM. Proseguo. «Ecco, ho la sindrome del bagnante. In ogni contesto. Si può chiamare anche “sindrome di bassa autostima” se vogliamo, magari rende di più. Mi sento a disagio in mezzo alla gente, perché so che risulterò sempre l’anello debole, quello che non sa e non può risolvere le situazioni. Sarò sempre un comune bagnante, non un bagnino. Sarò il babbano di turno, non il mago che va ad Hogwarts. Sarò sempre il civile che guarda i supereroi salvare il mondo e magari rischia anche di essere schiacciato da un grattacielo che crolla». Finisco di parlare e mi accorgo di avere la bocca allappata quindi ordino un bicchiere d’acqua del rubinetto e pago i due caffè, mentre lei sta zitta a pensare, stavolta con lo sguardo fisso sul pavimento.
Acqua bevuta, conto pagato, lei ancora che guarda per terra, le faccio segno di uscire e mi segue. Appena metto piede fuori mi manca il respiro a causa del caldo che quasi vorrei mandare a fare in culo il lavoro, i ciclisti e tutto il resto e tornare di nuovo nel bar per restarci fino a sera con lei, che adesso mi guarda con quegli occhioni bellissimi e quella bocca che è solo da baciare. Respiro. Sento il suo respiro. Le carezzo i capelli con la mano e sto per baciarla ma lei comincia improvvisamente a parlare, come un fiume in piena: «siamo due Babbani bellissimi che se ne fottono delle scope volanti e vanno in alto anche senza. Due civili che si vogliono bene, che si amano e lottano giorno dopo giorno contro i super cattivi senza avere i super poteri. Siamo due bagnanti che non ci penserebbero due volte se dovessero vedere qualcuno in acqua in difficoltà e correrebbero in soccorso, anche senza saper nuotare», vorrei abbracciarla ma mi impongo di farla finire. Deve dirmi tutto quello che ha dentro, perché solo lei può svoltarmi la giornata. «E sì, tu ti incazzi sempre, ma perché ci tieni. Tieni alla gente, alle cose che fai, ci credi. Quindi oh, incazzati. Fai macello, corri per due, tre ore, prendi a cazzotti il muro, ma non tenerti tutta ‘sta roba dentro perché il mondo perderebbe qualcosa di prezioso». Sbuffo, «il mondo non ha bisogno di uno che si emoziona per quello che fa e che si mette a parlare da solo sul furgone quando sta incazzato. Il mondo ha bisogno di gente che sappia prendere la decisione giusta al momento giusto. Certe volte mi sento in colpa ad emozionarmi per quelle che essenzialmente sono stronzate rispetto ai dolori che in questo preciso stanno affrontando molte persone. Boh. T’ho detto, ho mancanza d’autocontrollo e la sindrome del bagnante e insieme sono terribili. Vedo tutto nero e quando sono arrabbiato faccio i macelli. Devo calmarmi. Ah, c’ho pure la sindrome dell’abbandono se proprio vogliamo dirla tutta. A te capita mai? L’ossessione di essere abbandonati… di essere lasciati soli… la paranoia fissa in testa di essere sostituiti con qualcuno?» le domando, ma lei non risponde, si avvicina e mi bacia. La guardo. Mi guarda. «E questo?» dico. «Questo è il premio per essere quello che sei. Prendilo anche come assicurazione nel caso ti abbandonassi… dovrai ridarmelo. Dovrai riconsegnarmi il bacio. Allora mi bacerai e mi innamorerò nuovamente di te. Perché tu sei così. Sei da amare, scemo». SBEM. «Adesso va’, torna a lavoro, che devi salvare il mondo, bagnante coraggioso» dice sogghignando e dandomi un colpetto sul petto. La guardo, sorrido, poi la stringo forte a me. «Allora è deciso: alieni, zombie, maghi oscuri, ciclisti e bagnini maledetti… niente potrà fermarci. E soprattutto io non t’abbandono, e tu non abbandoni me» dico. Lei scoppia a ridere, mi prende il volto tra le mani e mi guarda dentro, nell’anima, come se avesse la vista a Raggi X di Superman: «mai».

Andrea Abbafati